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Ipocrisia

28/01/2017

Si chiedeva se entrare e aspettarla al bancone del bar o continuare a passeggiare in strada. Di certo, lì fuori si sarebbe intirizzito. Era solito presentarsi agli appuntamenti con largo anticipo. Lei, anche la volta scorsa, la loro prima volta, aveva tardato di almeno mezz’ora. Oggi, lui, nei primi venti minuti d’attesa, stava passando al vaglio il proprio aspetto, sforzandosi di ripercorrere mnemonicamente il rituale di preparazione, svolto poco prima davanti allo specchio del bagno. Nonostante fosse metodico nell’occuparsi della propria persona, saltò i canonici tre minuti di igiene orale, ma ancora non se ne era ricordato. Con la tranquillità di un ignorante, si sincerò, nel riflesso di una vetrina, che la capigliatura fosse intatta come l’aveva fissata.  Poi abbassò il capo e con una mano scostò e riavvicino rapidamente i vestiti al petto, annusandone l’aria calda che fuoriusciva dal bavero; profumava di Argan e ne fu vanitosamente soddisfatto. Fu quindi assalito dall’ansia dell’attesa che, nonostante si sfiorassero i Celsius negativi, lo spinse a verificare se non avesse già macchiato la camicia sotto alle ascelle: era tutto a posto. Si rilassò e concentrò i suoi pensieri sul viso di lei. Ma come l’avrebbe salutata, al suo arrivo? Forse con un bacio sulla guancia? E le eventuali battute di spirito in risposta alle sue scuse per il ritardo? Si chiese poi di cosa avrebbero potuto parlare. Dei rispettivi lavori? La salute? Meglio di no. Ma allora, cosa? Era così imbarazzante non saper di che cosa parlare. Si agitò. I suoi pensieri dovevano cambiare direzione. Trovato! Avrebbe vissuto quell’appuntamento come se ve ne fossero stati molti altri insieme, in precedenza. Convincersi di essere già entrati in una certa intimità avrebbe smorzato la paura dell’ignoto insinuatasi inesorabilmente pensando a lei ed al suo mondo. Ecco fatto, con quella convinzione aveva ripreso in mano le redini della serata a venire e, forte di quello slancio immaginario, spostò prepotentemente l’attenzione su di lei.

Ma passata la mezz’ora di attesa incominciò veramente a spazientirsi. Doveva ammetterlo, ben presto, su quel viso diafano, quella fastidiosa costante del ritardo sarebbe apparsa come un neo, verso il quale, al termine di una breve carezza, strofinandolo con il pollice, non avrebbe risparmiato un commento sarcastico.  Ma due respiri profondi gli furono sufficienti a rimproverarsi per quell’idea del neo. Che crudele, sarebbe come farle notare amorevolmente un residuo verdastro sui denti, facilmente risolvibile con l’utilizzo di uno specchietto per il rossetto, se solo lei fosse più attenta. Fu allora che si ricordò di non aver lavato i suoi, di denti, e solo così, benché l’evento fosse di gran lunga di minor valenza, si vergognò all’istante per quel pensiero che, nei panni della vittima, permaloso com’era, lo avrebbe umiliato per tutta la serata. Così il freddo non gli impedì di arrossire e poco importava se era solo, nella penombra, perché la severità del proprio atteggiamento critico gli si era già rivolta contro. Con un’energica strofinata dell’indice, come avrebbe fatto con lo spazzolino, i suoi denti passarono in secondo piano, seguiti da quel fantomatico neo sul viso di lei. Gli rimase solo l’amaro in bocca, come un segno di auto-punizione, il gusto sadico del vittimismo che giustifica una cattiveria per carattere e non per volontà.

Probabilmente, l’atteggiamento taciturno e punito o punitivo di lui graverà sulla spontaneità di lei per tutta la serata e forse gli sembrerà addirittura un bene. D’altro canto, riesce ancora a sentire le risate nervose di quella ragazza al loro primo appuntamento; lo misero a disagio al punto di spingerlo ad accennare compitamente a dei gesti di rimprovero, come se lei, vedendoli, si fosse trattenuta dal prolungare quelle risa esagerate. Oddio, in realtà gli era piaciuta quella sensazione di libertà emanata dalle sue risate e, in altre circostanze, quando fossero stati soli davanti alla luna e lui avesse voluto accattivarsi la sua simpatia con qualche battuta di spirito, ecco, forse allora quelle risate avrebbero facilmente trovato la sua incondizionata approvazione. Ma comunque sia non sopportava l’idea che qualcun altro dei presenti potesse trovarli sconvenienti. Il pensiero che altri giudicassero negativamente quella spontaneità lo rendeva lui stesso giudice che, essendo in rapporto diretto con l’imputata, si ergeva ad unico detentore del diritto di giudicarla. Ma avrebbe anche voluto proteggerla. Insomma, in entrambi i casi giocava d’anticipo su un presunto diritto di proprietà. Lei, dal canto suo, non sapeva ancora quanto lui potesse essere meschino. Fu lui stesso a giudicarsi tale, e lo fece sapendo che così sarebbero stati in due ad alleggerire il peso di quell’aggettivo. Al primo appuntamento, quando lei si tratteneva a lungo su discorsi apparentemente di poca rilevanza, lui si perdeva ogni sfumatura della sua voce, sviando l’attenzione nella lotta contro quel fantomatico giudice che in lui sentenziava senza tregua e gli forniva le attenuanti che lo avrebbero assolto da quegli stessi pensieri nei confronti di lei. E quando si sentiva vinto, seguiva la sua voce per tornare al presente. All’improvviso, dal bavero il freddo gli irrigidì il petto. Probabilmente credeva che neanche quel giorno sarebbe riuscito a cambiare di una virgola il suo atteggiamento, così come temeva che non avrebbe prestato attenzione ad una sola virgola del discorso di lei. Ma per ora la stava ancora aspettando, passeggiando lungo la via del ristorante e forse non era poi così intirizzito.

Lei sapeva di essere in ritardo ma cercava di non farselo pesare troppo. Non posso pensare che recriminerà, si diceva mentre slacciava l’accappatoio. Se lo tolse lentamente e lo appese allo scalda salviette, da dove scivolò e cadde a terra. Indossò le mutandine bianche: avevano una leggera e discreta lavorazione di pizzo sul pube e all’orlo sui fianchi. Allacciò il reggiseno sul davanti e lo fece scorrere e ruotare fino a coprire i seni.  Poi si sedette sul letto, cercò con la mano i collant dietro di sé e se li infilò lentamente per non smagliarli. Non aveva unghie lunghe e la pelle delle sue dita, nonostante fosse inverno, era liscia e morbida. Il vestito che pensava di indossare avrebbe lasciato nuda una piccola parte della schiena, sotto alle spalle, e si rese conto che il reggiseno sarebbe rimasto in vista. Se lo tolse e pensò di farne a meno. Il vestito invernale, così spesso, non avrebbe di certo mostrato quel fastidioso e imbarazzante rigonfiamento occasionale all’altezza dei capezzoli, si disse. Forse è meglio se cambio vestito. Ma l’idea di doverlo cercare la convinse a vestire quello già pronto. Spazzolò rapidamente i capelli e spruzzò del profumo sul collo, prima a destra e poi a sinistra, quindi sui polsi, che strofinò tra di loro. Perché non vuoi che ti accompagni, chiese una voce maschile alle sue spalle. Non era il caso.

Mentre camminava pensava a come avesse fatto ad arrivare al secondo appuntamento con lui. Sì, è un ragazzo a modo, simpatico, sincero, pensava, ma… Ma cosa, si chiedeva con ansia. Ma… forse il problema sono io… E immancabilmente, quando giungeva a questa conclusione, serrava i denti e il suo passo si faceva più deciso, fino a che sentiva un leggero fastidio ai polpacci. Riconobbe quel fastidio e rallentò. Dannati tacchi! Certo le scarpe da ginnastica non si sarebbero intonate al nero del vestito, nonostante il cappotto la coprisse completamente dal collo ai piedi e nessuno avrebbe notato lo strano abbinamento. Al ristorante si sarebbe seduta mentre gli porgeva il soprabito e avrebbe tenuto i piedi sotto al tavolo per tutta la serata e quando fossero usciti, il cappotto l’avrebbe coperta nuovamente. Chissà come siamo arrivati a parlare delle scarpe da ginnastica. E com’è che ha potuto consigliarmi di usarle sul vestito da sera? Secondo me non ha affatto buon gusto… o non ne capisce nulla di… Ma smettila, piuttosto stai attenta a dove metti i piedi, si diceva.

Arrivò nei pressi del locale dove avevano appuntamento e lui la vide non appena svoltò l’angolo. Le andò incontro e la prese subito a braccetto. Lei socchiuse gli occhi e gli porse le labbra ma lui sembrava più preoccupato a condurla verso l’ingresso del ristorante. Si fermarono sulla porta e le diede un bacio improvvisato sulla guancia.

Non sapeva se lei avesse gradito che la baciasse sulle labbra. Non aveva notato che poco prima gliele aveva offerte in un gesto incerto ma coraggioso. Tuttavia si accorse di non averla salutata come avrebbe dovuto. Sarebbero entrati da lì a pochi secondi. Che senso ha baciarla dentro al ristorante, si chiese. Così, non trovando altra soluzione, prima di entrare la baciò rapidamente sulla guancia. Lei non ebbe il tempo di girarsi per ricambiare il gesto, quindi poté solo accennare ad un sorriso di soddisfazione, che a lui sfuggì.

Al tavolo era nervosa. Le mani appoggiate sulle gambe; una scorreva ansiosamente su e giù per la coscia mentre l’altra stringeva un lembo del vestito, spingendolo di tanto in tanto verso il basso, come se dovesse coprire la nudità che un disagio aveva scoperto. Forse sarà gelata, pensò lui, e quando le prese le mani e gliele portò sul tavolo per poterle stringere, lei si rilassò.

Mi chiede se ho freddo… Si sentì improvvisamente sola, ma la profondità di quel sentimento era troppo vasta per permettersi di perdersi in essa quindi, quando lui le strinse le mani, a lei non rimase che rassegnarsi. Avrei voluto che non dicesse nulla, bastava stringerle, pensava. Forse è stato meglio così, altrimenti mi sarei illusa che avesse capito il mio imbarazzo.

Lui sentì le mani di lei che si rilassavano e pensò subito a quanto lei avesse bisogno della sua stretta romantica per stare meglio. Era appagato ed orgoglioso, al punto che pensò addirittura di continuare lui stesso a scaldarle le gambe, improvvisando gesti impacciati e sconvenienti sulle sue cosce.

Sì spaventò quando lui le posò le mani sulle gambe. Oddio, cosa sta facendo, si chiese. Fortunatamente il gesto fu breve e rapido; lui si accorse che non era né il posto né il momento giusto per toccarla in quel modo. Arrossì ma lei non lo vide. Cosa prendi, chiese lui.

Ti ho vista al bar, lo scorso venerdì. Quale bar. Quello del corso. E tu dov’eri, perché non mi hai salutata. Si era fermato ad osservarla. L’aveva vista con qualcun altro, prima di entrare nel locale. Ero sul lato opposto della strada, fermo al semaforo. Invece no, ero al bancone del bar, confessò tra sé, volevo guardarti. L’aveva osservata mentre le consegnavano il toast e un succo. Ecco il tuo panino, le avevano detto, appoggiando il piatto sul bordo del tavolo e non davanti a lei. La cameriera si scusò solo dopo qualche secondo, quando si accorse della gaffe. Lui pensò a quanto fosse stata imperdonabilmente sbadata ma notò anche una piccola dose di crudeltà. Figurati, non c’è problema, rispose lei sorridendo. Mi sono immaginato di fronte a te, seduto a quel tavolo, continuava a pensare lui. Mi domandavo come fossi arrivata fino a lì. Mi chiedevo dove abitassi. Pensavo ai movimenti delle tue mani mentre ti pettinavi. Eri impeccabile in quei jeans, camicetta bianca e giacca bordeaux in pelle. Capelli curati appoggiati alle spalle, li spostavi di tanto in tanto per mordere il toast. Ho bevuto un interminabile cappuccino, fantasticando su noi due.

Eri fermo al semaforo, gli chiese. Ah, ho capito, mi hai vista parlare con quel tipo seduto sul muretto, quello con le stampelle e non ti sei avvicinato. Ti ho vista ma non ho potuto fermarmi, scusami. E poi lui è entrato nel bar e mentre pensavo a noi, si è seduto d’innanzi a te e avete parlato, pensava. Ti guardavo dritta negli occhi dallo specchio sul muro di fronte a te. Ti guardavo e non provavo vergogna nel fissarti così a lungo. Mi guardavi e non eri intimidita. Ti muovevi con cautela, masticavi lentamente. Lui ti parlava guardando fuori, parlava delle sue gambe e tu gli sorridevi senza sapere nulla del suo sguardo. Ed io non sapevo nulla del tuo.

Allora, mi vuoi dire altro o te ne starai zitto per tutta la serata, chiese lei. Lascia che ti legga il menu, rispose lui. Non ci posso credere, sta facendo il geloso, pensava lei. La cosa mi lusinga. E le scappò un sorriso, che lui notò. Non farti illusioni. Scelsero cosa ordinare. Ti ho guardata terminare il toast. Hai bevuto e ti sei passata il tovagliolo sulle labbra. Ho continuato a fissarti nel riflesso dello specchio. Hai chiesto il conto, hai pagato al tavolo, ti sei alzata, hai preso il tuo bastone bianco e sei uscita. Ed ora che sei qui davanti a me non so che dirti, continuò a pensare.

Questo silenzio mi sta infastidendo. Non so se mi sta guardando o se è ancora chino sul menu. Non posso starmene zitta, pensò.

Rosario irruppe nel loro silenzio. Rosario non è il suo nome, lo hanno soprannominato così perché di sera vende le rose nei ristoranti. Per abitudine si finisce sempre col dire di no a Rosario ma è un’abitudine che a volte costa cara, molto più di un paio di rose. Fu lei a dover rimediare, dicendo che avrebbe preferito il rosso di un quartino e facendo seguire la battuta da una risata coraggiosa. Che cretino, perché ho detto di no, si chiedeva lui. Potremmo accompagnare il quartino con una rosa, se me lo permetti, azzardò lui.

Si chiedeva se il fatto che lei non lo vedesse lo avrebbe messo più a disagio di quanto avesse pensato. Ci teneva a farla sentire bene in sua presenza, ma non sapeva proprio come fare, dal momento che se lei non poteva vedere i suoi gesti, non li avrebbe neanche potuti interpretare secondo quelle che erano le intenzioni con le quali lui li compiva. Si sentiva un po’ come un mimo davanti a un pubblico di ciechi. Oddio, ma cosa sto farneticando, si rimproverava. Lei, intanto, ad ogni forchettata che portava alla bocca, pensava alla lentezza obbligata del suo gesto e a come l’avrebbe fatta apparire agli occhi di lui. Passava spesso il tovagliolo sulle labbra e tutt’intorno ad esse. Non hai nulla, tranquilla, avrebbe voluto dirle. Comprese che l’unico gesto che l’avrebbe messa a suo agio sarebbe stato proprio passarle il tovagliolo sulle labbra, fingendo di toglierle una punta di salsa o una briciola di pane. In cuor suo era convinto che tale gesto avrebbe suscitato in lei una piccola dose di arrendevolezza che gli avrebbe permesso di varcare un’importante soglia di intimità fisica. Entrambi avrebbero instaurato un rapporto di reciproca fiducia. Con tale intento, in un movimento tremate per la forte emozione, le chiese il permesso di passarle il tovagliolo sul lato destro della bocca. Lei, imbarazzata, sollevò rapidamente il braccio e con un colpo di gomito rovesciò il quartino di vino, seguito dal fragore dei calici che si infrangevano a terra.

 

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Sorriso

09/10/2012

Che ne sai, tu, del mio sorriso?
Mi vedi tendere le labbra, le guance si sollevano e gli occhi si socchiudono.
Appare qualche ruga.
Forse si imporporano le gote. Forse si inclina il capo.
Forse si contraggono le spalle e forse si stringe lo stomaco.
Forse esprime timidezza, forse ironia.
Forse le parole che lo accompagnano inciampano tra i denti.
Forse lotto per quel sorriso.
Forse non ci sono io in quel sorriso.
Forse non è come credi o forse non è come pensavo che fosse.
Ma lotto per quel sorriso. Ogni giorno.
Ho bisogno di quel sorriso. Mi serve per vivere, mi serve per non morire.
Non è un’arma ma la uso per sconfiggere il mio nemico.
Sorrido ed il giorno è meno pesante. Sorrido e tutto diventa relativo.
Sorrido e dimentico, sorrido e ricordo.
Come posso spiegarti quanto vale per me il mio sorriso? Se lo faccio con un sorriso potresti non capirlo.
Ma sorrido, perché se sorrido anche il male si intenerisce.
Sorrido perché se sorrido amo di più.
Sorrido perché spero che qualcuno mi ami di più, se sorrido.
Non giudicarmi, leggi il mio sorriso per quello che è, nella sua tenerezza.
Aiutami a non smettere di sorridere, staremo bene entrambi.

Passione

26/09/2012

– Laura, racconta!
– Questa storia mi sta distruggendo.
– Perché non me ne hai parlato prima?
– Non saprei…
– Dai, dimmi tutto. Dall’inizio.
– L’ho conosciuto al corso di inglese.
– Ma quanto è passato da quel corso? Stai scherzando?
– Quattro anni…
– Quattro anni? Vuoi dirmi che questa storia va avanti da quattro anni?
– Quattro anni e due mesi.
– Lo conosco?
– No, non è di qui. Il primo giorno di corso ci siamo guardati negli occhi… Lui è rimasto immobile, quasi spaventato, come se avesse già visto il mio viso prima, come se gli ricordassi qualcuno. Non riuscivo a staccare lo sguardo e, mentre sentivo le guance arrossire, ho sorriso come non ho mai fatto prima. Sentivo di essere imbarazzata ma allo stesso tempo il suo sguardo mi aveva intenerito, addolcita, intimidita. Ho sorriso ed ho fatto finta di chiedere qualcosa alla mia vicina. Ma ciò che mi ha dato il colpo di grazia è stato sentire la sua voce. Si è presentato in inglese, ovviamente, e ti giuro che la sua voce, unita alla poesia di quella lingua, mi hanno mandato fuori di testa.
– Il professore? Stai parlando del tuo professore di inglese?
– Sì.
– Cavolo, Laura, me ne ha parlato Cecilia di quel tipo, anche lei frequentava quei corsi.
– Sì, proprio lui.
– E poi?
– Mi ha aspettato fuori. La sera stessa, alla fine delle lezioni. Stava parlando al telefono quando sono uscita. Ha subito riagganciato e si è avvicinato chiedendomi se conoscevo un buon ristorante. Mi ha detto che era in città solo da due giorni e che non conosceva nessun posto decente per cenare. Gli indicai Sam’s…
– Sam’s? Ma da Sam’s ci fai cena a lume di candela! Ti sei auto-invitata, forse?
– Ti giuro che è stato il primo ristorante che mi è venuto in mente. Probabilmente stavo già sognando ad occhi aperti. L’ho salutato e me ne sono andata. In auto sentivo lo stomaco informicolato, facevo fatica a tenere il volante. Ho respirato profondamente e sono partita. Lui ha aspettato che me ne andassi, salutandomi con un gesto discreto della mano. Questo il lunedì. Il giovedì non sono potuta andare ed il lunedì seguente, quando sono arrivata, mi ha chiesto se stavo bene. Gli ho spiegato che avevo avuto un impegno e che non ero potuta andare alla lezione precedente. Prima che ci lasciassimo ho sentito che avrei perso l’ultimo treno se in quel momento non gli avessi chiesto se era libero…
– Gli hai chiesto se era libero?
– Ma sì, se aveva un momento per riassumermi la lezione persa.
– Che scema! Credevo ti fossi bruciata chiedendogli se voleva uscire con te.
– Sei proprio scema! Mi ha chiesto se avevo bisogno di qualche lezione privata dicendomi che si sarebbe offerto volentieri, gratuitamente, in cambio di un giro per la città: gli avrei fatto da guida.
– E tu, ovviamente, hai accettato.
– No, gli ho risposto che non potevo e che non ero una buona guida. C’è rimasto male, ma non me la sentivo di dargli corda.
– OK e poi?
– L’ho incontrato al Shopping Center e mi ha offerto un caffè. Abbiamo parlato per una decina di minuti e poi me ne sono andata.
– Sai come farli soffrire…
– Ti giuro che se avessi saputo quanto tempo stavo perdendo, non avrei esitato un secondo di più per portarmelo a letto.
– Te ne sei innamorata!
– Non hai idea… Ho giocato al gatto e al topo per due mesi. Pensavo che si sarebbe stancato, che avrebbe desistito, ma è sempre stato al gioco ed io me ne innamoravo ogni volta di più. Non riuscivo a fare a meno di recitare con lui quella farsa, fino a che, un giorno, non mi dice che deve tornare a Londra.
– E cos’hai fatto?
– L’ho salutato, immediatamente, gelidamente e me ne sono andata. Sentivo che era l’unico modo per non scoppiare in lacrime davanti a lui. Una settimana dopo la sua partenza mi sentivo persa, vuota, senza sapere cosa fare e senza poterlo raccontare a nessuno. Ho pianto per diversi giorni.
– Perché non lo hai chiamato?
– Perché non avevo voluto il suo numero e neppure la sua mail.
– Cosa? Non ci credo?
– Già! Dopo due settimane sono andata a Londra.
– Sì, mi ricordo ma non credevo che fosse per…
– Invece sì.
– E come pensavi di trovarlo? Standotene seduta a Piccadilli tutto il giorno?
– Infatti.
– Che fuori di testa! Eri completamente pazza di lui. Ma io dov’ero?
– Tu avevi quella storia con quello stronzo, ricordi? Non eri nelle condizioni migliori per farmi da damigella…
– Hai ragione. E lo hai incontrato?
– No. Dopo due giorni ho deciso di visitare Londra, dicendomi che se fosse stato destino che lo incontrassi, ebbene lo avrei incontrato anche camminando. Ne ero talmente convinta che apprezzai Londra come se lui fosse stato al mio fianco.
– Non conoscevo Laura la romanticona…
– Non so cosa mi sia successo, ho vissuto quella solitudine in modo così profondo che mi ha cambiata. Mi sono sentita uno schifo. Dopo una settimana sono tornata e mi sono fatta un’altra settimana a letto, malata. Ho perso sei chili. Un mese dopo, mi ha chiamata. Mi disse che aveva chiesto il numero alla scuola e che aveva tentato di non chiamarmi prima ma che non ce l’aveva fatta. Sono scoppiata a ridere ma avevo le guance bagnate dalle lacrime. Ci siamo visti al Shopping Center come al primo appuntamento per il caffè. Era più affascinante di quanto ricordassi. Era dimagrito, aveva una barba brizzolata ed un viso più maturo. Mi confessò le sue pene per non potermi scrivere o chiamare. Disse d’aver sofferto parecchio la nostra lontananza. Io l’ho lasciato parlare per un po’ ma poi mi si sono gonfiati gli occhi. Mi ha preso la mano e mi ha fissata per qualche minuto, credo. Anche lui aveva gli occhi lucidi. Poi sorrise. Giulia, non hai idea di cosa sia il suo sguardo con quel sorriso puro.
– WOW!
– Già!
– E…?
– Siamo usciti ed abbiamo passeggiato per ore. È stato bellissimo. Abbiamo scherzato, parlato di cose serie, siamo rimasti in silenzio per interi secondi, l’una accanto all’altro. Ci siamo lasciati con un bacio sulle guance. Mentre lo baciavo ho sentito il suo profumo e ti giuro che dev’essere stato carico di feromoni perché mi è venuta una voglia di stringere la sua testa…
– Smettila che mi eccito!
– Intendevo di stringermela contro la mia, annusandogli il collo ad occhi chiusi per ore.
– Finiscila!
– Partì la settimana seguente, promettendomi che mi avrebbe scritto.
– E la parte di voi a letto?
– Non c’è stato alcun noi a letto!
– Ma allora ti aveva rincoglionita completamente?
– Stare con lui mi faceva sentire diversa. Ero una donna nuova, mi sentivo libera di godermi tutta quella storia senza fretta, senza rovinarla con il sesso.
– Rovinarla? Stai scherzando, vero?
– Stavo bene, capisci? Se fossimo finiti a letto saremmo sicuramente caduti nel banale, nella routine, avremmo perso quella magia che mi faceva stare così bene…
– Capisco. E ti ha scritto?
– Certo. Ci siamo scritti per quattro anni. Vivevo le mie giornate con lui anche se non era accanto a me. Ci sentivamo tutti i giorni e ci raccontavamo della giornata, delle novità e di quanto ci volevamo bene. Ci permettevamo pure di fare dei piani per un futuro non lontano nel quale ci saremmo incontrati ed io avrei voluto finalmente godermi il sesso tanto agognato. Tu sai quanto sia pazza per il sesso. Sai quanto desidero sentire un uomo su di me. Ahhh, non farmici pensare!
– Appunto! Non capisco perché non te lo sei portato a letto e basta!
– Perché, perché…
– Eh, perché?
– Lascia perdere. Sta di fatto che quattro anni così non sono pochi. E’ entrato nella mia vita di tutti i giorni e non potevo farne a meno. Il non vederci aumentava la fantasia che alimentava il fuoco della passione. A volte riuscivamo pure a bisticciarci ma non passavano due giorni che ci chiamavamo per dirci che per quanto ci sforzassimo di stare lontani alla fine cedevamo alla voglia di perderci nel nostro mondo. Passavo ore al telefono con lui. Immaginavamo come sarebbe stato vivere nello stesso appartamento, aspettarlo a casa o incontrarci per pranzare fuori. Ci siamo immaginati in posti da sogno a vivere avventure che ci rapivano a tal punto da sentirci raggelare appena terminavamo la telefonata. Non pensavo che avrei sentito così tanto la sua mancanza già due secondi dopo averlo salutato. E ti giuro che facevo cose che nemmeno io avrei pensato di essere in grado di fare. Camminavo sorridente pensando a lui, avevo la testa tra le sue braccia, non nelle nuvole, ed ero così distratta che in auto ho tamponato ben due volte in dieci giorni.
– OK, vieni al dunque: adesso dov’è?
– Non lo so.
– Cioè?
– Non lo so. L’ho abbandonato.
– In che senso?
– Quasi un anno fa abbiamo parlato al telefono per un’ora del più e del meno. Non so come ma ha scoperto che ho avuto un flirt con il tipo del bar all’angolo. Non era niente di serio, quello si era invaghito per me e, sinceramente, io provavo una certa attrazione fisica. In realtà era proprio forte come attrazione. Ci siamo baciati due volte ma poi ho lasciato perdere. Volevamo scopare ma mi sono sentita una stronza e non si è fatto nulla. Tuttavia non riesco a smettere di pensare al suo corpo…
– Passamelo, ci penso io…
– Ormai te lo puoi anche prendere.
– E l’inglese che ha detto?
– Niente. Ha voluto che ne parlassimo. Gli ho spiegato la mia situazione, le mie voglie, le mie pulsioni fisiche e sessuali ed è stato estremamente comprensivo, anzi, mi ha parlato come avresti fatto tu, consigliandomi di seguire la mia voglia, di fare quell’esperienza che mi stava rodendo dentro.
– OK, era ancora più fesso di te! Non c’è dubbio!
– No, intuiva la situazione e credo che avesse capito che tra noi le cose erano andate avanti allo stesso modo per troppo tempo, senza vederci. Sinceramente non pensavo che avrebbe resistito tanto. Comunque ne ero innamorata pure io, ma qualcosa stava cambiando. Insomma, alla fine, due mesi fa, dopo esserci parlati al telefono come facevamo normalmente, ho deciso che non lo avrei più sentito, che non gli avrei più scritto. Niente di niente, silenzio totale. Neanche un ciao.
– Non ho parole!
– Lo so. Lui ha capito subito la cosa. Ha scritto qualche messaggio al quale non ho risposto e mi ha mandato una mail nella quale mi diceva che anche se non si faceva illusioni, per fortuna non avevo chiuso con un addio, perché così poteva continuare a pensare che prima o poi mi sarei fatta viva, come se fosse passato solo un giorno. Da allora non mi ha più scritto. Non hai idea di come mi senta. Ho passato gli ultimi due mesi a chiedermi se fosse stato giusto trattarlo così. Ho cercato di farmene una ragione e sono tornata alla mia routine. Mi manca, mi manca da morire ma so anche che sono stata una stronza con lui.
– Infatti.
– Lo so.
– Perché non gli scrivi? Chiamalo. Se è stato così comprensivo uno volta, sono sicuro che per quello che ti ha scritto nell’ultima lettera riuscirete a sistemare le cose. Non credi? Si vede che sei innamorata di lui. Guardati. Lo vedi come sei ridotta? Non ne vale forse la pena per il vero amore? Perché non ci provi?
– Giulia, lo sai perché. Sono sposata.

A vida é da cor que pintamos

12/10/2011
MAM - Salvador - Solar do Unhão 1 by felizberto - Emmanuel Avetta
MAM – Salvador – Solar do Unhão 1, a photo by felizberto – Emmanuel Avetta on Flickr.

Desci do taxi, atravessei a rua e entrei no parque do museu. O som barulhento dos carros e os gritos da cidade ficaram atrás de mim. Na minha frente o vento e o mar estavam chamando a minha atenção, levando-me de vez para meu mundo de desejos, sentimentos, lembranças e amor proibido. Comecei a descer a ladeira que me levou no meu íntimo, sozinho, olhando para o mar, ouvindo o grito da minha confusão que pedia para sair, como uma confissão levantada pelo ruído das ondas que quebravam nas pedras do cais.

Nossa conversa trouxe a liberdade do vôo da gaivota que deslizava no horizonte na minha frente. O som da sua voz, junto ao ruído das ondas, formava uma sinfonia encantadora onde a natureza se fundia com os meus desejos. Desejos que iam e voltavam no balanço das ondas, ninados dá ilusão desta falsa realidade. A emoção crescia, o coração palpitava e o mundo, longe de mim, permanecia em silencio sorrindo carinhosamente para nós.

Será que os peixes irão se importar de nós? Será que a lagartixa vai reparar que estou voando? Será que o sol irá se esconder envergonhado de nós? O mar mandará parar o próprio movimento para nós julgar?

O peso da nossa consciência não é mais forte do que o amor, não manda nas nossas emoções e não mexe nas nossas realidades.

O sol se refletia na superfície da água, como a enfatizar este oceano que é essa distancia, que é o contexto no qual respiramos e nos alimentamos. Nuvens pretas carregavam chuva que só a minha pele sentia descer, dos meus olhos. A luz do sol que filtrava de vez em quando criava causticas atrás do meu copo que queimavam o papel que usei para escrever um pedaço do nosso presente.

Sentado, nas tabuas de madeira do píer, olhando o mar se agitando debaixo delas, um prego, encaixado entre uma tabua e a outra, me parecia suspenso entre a vida e a morte. Qual é a sorte dele? Ficar preso nas tabuas ou cair no mar? Olhei o prego, o liberei, observei as marcas do tempo que nele ficaram e o coloquei novamente no lugar, certo que não fosse eu quem podia decidir por ele.

A silhouette do molhe, dos navios que dirigiam-se à ilha de Itaparica, dos lampiões e das nuvens, me forçavam a uma visão monocromática do que estava vivendo, quase como se não tivesse escolha.

Olhava o mar, sentia o som da solidão mergulhar nos sons do mar e do vento, minhas lembranças se mexiam e caiam como folhas na praia na minha frente. A vontade de chorar me devorou. Me virei, deixando o oceano às minhas costas. Os meus olhos cruzaram logo os sinais que o fato nos apresenta; uma placa indicava o titulo de uma escultura: “A vida é da cor que pintamos” *.

Emmanuel

* nome da escultura de Chico Liberato no jardim do MAM de Salvador.

Lo scorso compleanno…

12/10/2011

Nella luce della notte,
al termine del giorno,
con le palpebre pesanti
ed il sorriso in volto,
ringrazio per questo genetliaco
con la sensazione
d’aver ricevuto più amore di quanto non ne abbia dato.
Amo chi mi ama,
ogni giorno
e vivo chiedendo soltanto
di imparare ad amare
ed amare per vivere
e vivere amando.
A Dio chiedo
di saper vivere,
novembre dopo novembre
secondo dopo secondo
poco o tanto non m’importa
punto al come
e prego per non offendere
la mia vita
e quella di chi amo.

Man or Woman? Yes or No?

19/11/2010

“Quindi credi realmente che le donne vengano in questo locale esclusivamente per farsi rimorchiare?”
“Dai, sii sincera, confessa che ti piace quando gli uomini ti guardano!” Poi tenta un abbraccio.
Lei, visibilmente irritata, riesce a scansarsi prima che il braccio di lui si possa accasciare viscidamente sul suo collo: “Finiscila!”, gli ordina seccata mentre si alza per allontanarsi.
Reggo a mezz’aria un cocktail il quale, come per i precedenti, non so cosa contenga.
Lui si alza, mi guarda, accenna ad un sorriso che esala ipocrisia e la segue sulla pista da ballo. Li osservo per qualche istante riflettendo sulla mia condizione e sul loro alterco, giusto il tempo di perderli tra la folla.
Tempo fa avrei fatto carte false per una situazione che mi permettesse di liberarmi di chi mi stava troppo addosso o addosso da troppo tempo. Tuttavia scelsi di attendere “l’amore vero” al quale donare la mia integrità fisica e morale.
Anne sostiene che la vita va vissuta, a qualunque costo: tale enunciato include avventure extra-coniugali ed “incontri” tra amiche: “È con il sesso che capisci se c’è intesa e tu lo sai bene…”, mi ripete, “lasciati andare e scopri quanto ami… e chi, realmente! Semplice, no?”
Lei vive in un mondo tutto suo, come me del resto e come quel ragazzo di prima e la sua compagna per la quale ora credo di provare invidia. O lei ha invidiato me? quando, alzandosi, mi ha rivolto quello sguardo così solidale: io nei suoi confronti o lei nei miei? Ma che importanza può avere, se già sei al punto di riconoscerti nell’altro prima che l’altro possa riconoscersi in te? Cosa ti rimane oltre la tua esperienza, qualche sprazzo di felicità e una routine da scarrozzare?

Potrei alzarmi, uscire da questo locale, avviarmi verso casa nel freddo dei miei pensieri, aprire la porta e trovare la mia famiglia dalla quale ricevere un minimo di sicurezza. Perché è questo che lei, la mia famiglia, si aspetta da me, fino a che tutti non si sono addormentati, fino a che il silenzio, attorno, non mi chiama per rilassarmi con lui.
Il letto è diventato tristemente stretto per due… Ogni sera mi sdraio sul divano, distendo le gambe, penso al domani, al suono della sveglia, al nuovo giorno sempre uguale nella sua più totale diversità. Penso con invidia ad Anne ed ai suoi amanti, penso alla mia famiglia che dorme, penso a me che cerco da giorni di finire la lettura di un libro. Non mi rimarrebbe che addormentarmi.
Ma non questa sera. Oggi resto qui, a questo tavolo d’acciaio pieno di impronte di chissà chi. Aspetto qualcuno.
Mentre sorseggio e penso a chi non arriva, mi chiedo se è l’amore a muovere le fila o soltanto l’istinto.
Carl, un vecchio amico già coricatosi nel letto di Anne  – o lei nel suo -, crede fermamente nell’amore esclusivo, in quell’amore che ama la donna che ha di fronte, che se la gode tra le coperte del proprio ego e che merita tutto il suo rispetto e la sua fedeltà.
Sorrido al pensiero di Anne e Carl, dell’uno nell’altra, agli antipodi, tra l’ipocrisia di una necessità e la sincerità di un bisogno. Me li immagino sostituendomi prima all’una e poi all’altro durante l’amplesso ed in entrambi i casi sento la loro solitudine, le loro grida che si fondono, ognuno nel proprio universo, fino a farli accasciare stremati tra le lenzuola macchiate.
Lei sorride. Lui sorride. Io sorrido. Ognuno per sé stesso.

Attendo, la cannuccia tra le labbra. La faccio scivolare da un lato all’altro della mia bocca. Forse è nervoso, forse un gioco di seduzione: aspetto il mio “amore”, quello di una sera o di una vita che non vivrò.
La paura mi assale, le mani sudano ed ho l’impressione di aver innescato un processo di decomposizione del mio corpo, della mia anima e ne sento l’effluvio ed il miasma salirmi da sotto la maglietta.
Mi alzo, prendo le mie cose, lascio un indumento sulla sedia e mi dirigo alla toilette. Mi asciugo, mi risistemo, mi annuso e mi fisso nello specchio, mani tra i capelli, occhi negli occhi a chiedermi cosa stia facendo in quel posto.
Passerò due, forse tre ore fuori casa. Troverò l’amore, lo proverò sotto una veste già macchiata. Ripenserò alle lenzuola di Anne e Carl ed urlerò nel silenzio del mio universo per poi tornare a casa, quando tutti già dormono.

Ma non posso usare questa sincerità, non oggi, non qui, non ora che siamo in due in questa stanza sconosciuta, sotto questa luce così fredda e fastidiosamente luminosa. Lascio i miei buoni propositi sul comodino, i miei pensieri romantici nelle calze sulla sedia, nascondo lentamente una mano sotto al cuscino per sentirmi al sicuro e chiudo gli occhi al pensiero di trovare, tra voglia e paura, ciò che cerco ma che, forse domani, scoprirò di non volere.
Eppure c’è amore. C’è rispetto, fedeltà. Fino all’alba.
Mi convinco che non è uno sbaglio, ma sento la mia solitudine ridestarsi, prima che la sveglia, quella di casa, mi strappi dai miei pensieri. Guardo le coperte scomposte che nascondono a metà il vuoto già freddo dell’altro lato del letto.
Mi alzo e torno lentamente alla mia routine. Mio figlio sorride, lo fa da quindici anni anche con un cromosoma di troppo: incrocio il suo sguardo e, oggi, ho l’impressione di averlo tradito. Lui, così solo nel suo mondo ed io qui a piangermi addosso per la voluttà di un istante, per un incontro d’amore, una notte di paura dopo la quale mi chiedo se il prezzo che continuerò a pagare sarà proporzionato al profondo grido che ho liberato in un attimo di solitaria compagnia.

…dizer te amo

23/12/2008

23 12 2008

Olho-te enquanto me olha
seu olhar está sorrindo
de compaixão e de amor.
Seus labios estão me chamando
e meu coração, confuso,
quer chorar.

Toco-te enquanto me toca
sinto a sua pele morena,
macia, me pedir uma caricia
e minha mão medrosa
tenta deslisar no seu rosto.
Farejo-te enquanto me fareja
e meu nariz percebe seu perfume,
o cheiro dos cabelos,
caracolados capturam
minha atenção no que estou sentindo
mas minha mente foge
e meu coração despara.

Abraço-te enquanto me abraça
meus braços apertam seus ombros
minhas pernas encostam-se nas suas
deitados
uma gota cai do meu olho
na escuridão não se percebe.
O calor nos separa
aquele pouco para ficar endormecidos
aquele tanto para esquecer
de dizer te amo.

Torno a casa

18/11/1996

(poetry before 1997)

Torno a casa.
Attraverso stanco questi campi
che il giorno ha risvegliato
e la notte,
ora, rimette a riposo.
In cielo un filo d’oro.
Amica Luna inizia il suo viaggio
dietro all’argento d’una nuvola
che lenta contrasta la luce notturna.
Luce di speranza e nostalgia,
luce di sogno e pena,
luce di chi tace,
di chi nel silenzio della notte
solleva il suo canto d’amore.
Ah, rimango incantato da questa luna,
eppure è sempre la stessa.
L’aria è fine, di tanto in tanto
si solleva dalle foglie in terra
un vellutato respiro
che aggiunge fiato al mio pensiero.
Immerso nel mio domani
piango l’oggi come ieri.
Intanto altra nuvola passa
e la luna, seppur lenta,
si muove verso il giorno.
Chiudo gli occhi,
unico mezzo tra me e la luna.
Il vento non cessa.
Sono quasi a casa.