Waiting for the train

12/04/2019

Quando l’aria spinta dal treno la riportò alla realtà, per un attimo ebbe l’impressione di non ricordare a cosa stesse pensando.

Era solita fermarsi leggermente oltre la linea gialla di sicurezza, davanti al binario, ignorando volutamente il divieto che l’altoparlante ripeteva minaccioso e impersonale a cadenza regolare. Non era per lei quell’avviso, sapeva badare alla propria vita e i suoi piedi, oltre la linea, glielo dimostravano. C’era poi quella sensazione di pericolo che, si diceva, era forse l’unica emozione forte di cui avesse realmente bisogno.

Era sempre stata uno spirito libero, spensierata e incosciente, ma chi non lo è da giovane? Poi un figlio in arrivo e un marito, in quest’ordine; il lavoro, uno qualsiasi subito dopo la gravidanza. Le liti che diventano insopportabili e una nuova gravidanza da innaffiare con le lacrime. Non è stato facile, ma quando mai lo è, da giovani?

Ha uno sguardo inanimato, adagiato su due grosse occhiaie. Le guance tristi scivolano e trascinano verso terra un vecchio sorriso, sollevato, di tanto in tanto, da un delicato tic nervoso. Un arruffato chignon raccoglie preziosi filamenti ocra abbandonati al loro destino. Dovrei avere il coraggio di lasciarli sciolti, quando passa il treno, pensa. Ne passeranno ancora due prima del mio.

Ora ricorda, stava pensando al lavoro, quel lavoro che ogni lunedì la porta lontano dalla sua famiglia per rivederla soltanto il venerdì. E mentre ci pensava, in lei prendeva forma la possibilità di liberare i suoi capelli per il prossimo treno, come quando, da giovane, non riusciva a trattenersi dal compiere un gesto folle che la facesse sentire libera. Al solo pensiero delle emozioni che avrebbe provato, l’idea di compiere quel gesto le faceva aumentare le pulsazioni, la faceva sorridere dietro le palpebre socchiuse e respirare più affannosamente per l’eccitazione, le faceva credere, per un breve e intenso istante, di poterlo fare. Abbassò lo sguardo e si ricompose. Quando un altro treno le sfrecciò davanti, lasciò cadere la borsa che reggeva con entrambe le mani sopra a quella linea gialla.

Il suo treno era in ritardo ma i suoi occhi stavano già guardando fuori dal finestrino, seduta di fronte a chissà chi che come al solito la stava osservando chiedendosi, probabilmente, per quale motivo non curasse i suoi capelli o il perché di quell’orribile giacca a quadretti un po’ stretta sui fianchi.

Adesso pensa alla stanza in affitto nella città in cui lavora. È piccola per i suoi pensieri e troppo grande per il suo corpo solo. La usa per dormirci, per parlare al telefono con i figli o per leggere un libro. A volte vi cerca un po‘ di intimità ma il più delle volte finisce per addormentarsi; a volte piange ma è un modo anche quello di godere.

Pensa alla sua doppia vita, al peso della distanza e al bisogno, al piacere, di stare sola.

Ancora qualche ora e sarà finalmente arrivata. Pensa già a sdraiarsi su quel vecchio materasso a molle, a lanciare gli stivaletti vicino alla porta del bagno e fissare, fino ad addormentarsi, la lampadina al centro della stanza. Non vede l’ora. Questo fine settimana ha sgridato il figlio più grande. Lui le ha detto che poteva anche evitare di tornare a casa il venerdì. Lei ha pensato alla sua stanza, ha pianto per il disordine in cucina, si è versata del vino in un calice e si è sentita l’unica donna in quella casa.

Ma ora è lì e manca poco a quel treno.

English version (to correct!)

When the air pushed by the train brought her back to reality, for a moment she had the impression of not remembering what she was thinking.

She used to stop slightly past the yellow security line, in front of the platform, deliberately ignoring the prohibition that the speaker repeated, threatening and impersonal, on a regular cadence. It was not for her, that warning, she knew how to take care of her own life, and her feet beyond the line showed that to her.

Then there was that feeling of danger that, she said to herself, was perhaps the only strong emotion he really needed.

She had always been a free spirit, carefree and unconscious, but who is not so when young? Then a pregnancy, a son and a husband in this order and then a work, any, doesn’t matter, immediately after her son was born. The fights that become unbearable [and a new pregnancy to water with tears]. It was not easy, but is it ever, when you are young?
She has an absent look, and bags under her eyes. The sad cheeks [slid / drop off / drift off] and drag an old smile to the ground, lifted from time to time by a delicate nervous twitch. A ruffled chignon collects precious ocher strands abandoned to their destiny. I should have the courage to let my hair down when the train passes, she thinks. Two more trains will pass before mine.

She remembered now, she was thinking about work, the same that every Monday brings her away from her family until on Friday, when she come back home.

And as she thought about her job, took shape in her the possibility of freeing her hair for the next train, as when, in youth, she could not prevent herself from making a foolish gesture that made her feel free. At the mere thought of the emotions he would have felt, the idea of ​​making that gesture made her heart race, made her smile shining behind her half-closed eyelids and breathe [heavily] with excitement, made her believe, for a brief and intense moment, of to be able to do it. She looked down and recomposed herself. When another train darted ahed of her, she dropped the bag she held with both hands on that yellow line.

Her train was late but her eyes were already looking out the window, sitting in front of who knows who, as usual, looking at her, wondering, probably, why she does not treat her hair or the why of that horrible checkered jacket a little tight on the hips.

Now she’s thinking of the rented room in the city where she works.

It is too small a room for her thoughts, too big a room for her lonely body. She uses it to sleep, to talk on the phone with her children or to read a book. Sometimes she seeks a little intimacy but most of the time she ends up falling asleep; sometimes she cries but it is also a way to enjoy.

She’s thinking of her double life, the weight of distance and the need and the pleasure of being alone.

A few more hours and she will finally be there. She is already thinking about lying down on that old spring mattress, throwing her ankle boots near the bathroom door and staring, until she falls asleep, the light bulb in the middle of the room.

She can not wait, she looks forward to this moment. This weekend she scolded her eldest son. He told her that she could also avoid going home on Friday. She thought of her room, she cried for the mess in the kitchen, she poured wine in a glass and she felt that she was the only woman in that house.

But now she is there and her train will come soon.

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La dedica

07/01/2019

È seduta a un tavolo del bar e di fronte a sé ha un libro piuttosto voluminoso, aperto quasi nel mezzo. Scrive su un taccuino, alternando lo sguardo dallo scritto alle pagine del libro. La mano si muove decisa, scivola sul foglio bianco dove lascia qualche traccia scura; a tratti si solleva per rimettere dietro all’orecchio destro un ciuffo di capelli lisci che, dopo qualche secondo, scivola nuovamente per sfiorarle la guancia, quasi ne sia irrimediabilmente attratto. È la sua vanità che ricade su di lei.
L’aroma del caffè espresso la inebria ma non si lascia distrarre. Continua a scrivere, scrive la bozza di una dedica. Il ciuffo ricade sulla guancia e lei depenna la prima riga. È la decima prima riga che cancella. Lo fa con una sola linea orizzontale, come se non le importasse di ciò che ha scritto o come se volesse rileggerlo più tardi. Non è mai andata oltre la prima riga eppure ne ha già cancellate dieci. L’espressione del viso non muta, è la stessa da inizio pagina.
Ora pensa e lo fa sollevando il capo e perdendo il suo sguardo oltre la finestra. Nel divanetto di fronte a lei, quello del suo stesso tavolo, il similpelle bordeaux è uno spazio troppo statico per trovarci delle parole da regalare. Fuori, il parcheggio del locale è inondato dalla pioggia oppure c’è una via del centro percorsa da taxi gialli e il marciapiede è affollato da manichini in tailleur e cravatta. C’è sicuramente un riflesso sul vetro ed è quello della cameriera in grembiule che mastica un chewingum. Capelli rossi, ricci, legati, un vassoio nella mano sinistra e la brocca del caffè in quella destra. Ma l’aroma che aveva aspirato prima non era quello di un caffè americano. Tutto cambia, pensa, in un istante, in un soffio, in un batter d’occhio. E allora quelle righe tornano a essere le righe di un foglio vuoto e c’è di nuovo spazio per altre parole da cancellare o da rileggere.
Si inizia sempre con una maiuscola e si finisce sempre con un punto, sante parole. La calligrafia è elegante e merita qualche abbellimento. Stringe delicatamente la stilografica e il tratto è continuo e preciso. Aumenta la pressione mentre scende e il pennino si divide per far scorrere più inchiostro sulla cellulosa che si macchia elegantemente di nero. Ma il suo polso dirige una sinfonia troppo lontana per essere udita e il tempo lo scandiscono le stonature del pennino che graffia la carta. Il risultato non cambia, il segno rimane.
Betty Sue non è in vena di stronzate. La guarda e la pensa sola. La vede indecisa. Crede abbia sofferto per amore, è quasi sempre così. Comunque sia non sta ridendo e non canticchia allegramente, giusto? Quindi è patetica. La scena è patetica, non c’è dubbio, e ne è infastidita. Versa il caffè in una tazza e la appoggia sui suoi fogli. Non ce l’ha con lei. Non ne sa niente di quella ragazza che scrive ma conosce gli uomini e se invece si tratta di una donna, beh, ne sa ancora di più. Le fa un gesto col capo come per dirle: su, bevi che è caldo. La torta non la ordina. Hanno una cheesecake deliziosa ma è troppo scontato chiederla.
Sorseggia e si incanta ad ascoltare le spazzole su un rullante jazz. Mi aspettavo una musica country, pensa, o anni cinquanta. Fa spallucce e abbassa lo sguardo per riprendere la frase interrotta. Sul foglio è rimasta una mezzaluna che si è espansa, trasformandosi in una comune macchia di caffè. Poi sorride tra sé e il foglio pieno di macchie.
Sei una scrittrice? le domanda Betty Sue. È una dedica, risponde la ragazza, la dedica per un libro, un libro in regalo, un regalo per un amico, un amico che si sposa, una sposa felice, fine del gioco di parole. Parole che non trovo, aggiunge. Ma Betty Sue non è in vena di stronzate e le versa dell’altro caffè.
Sono passati trentasette minuti, che è più di mezzora ma meno di tre quarti d’ora. Se a cinquantanove minuti non ho ancora scritto la dedica, pago e me ne vado, aveva pensato trentotto minuti fa.
Scatta l’ora. È in ritardo. L’ingresso scampanella. Entra un tizio sulla trentina in jeans e camicia a quadri presa sotto la cintura, cappellino in testa e pettorali rigonfi. Stivali, ovvio. È arrivato con un pick-up, classico. Tipico boscaiolo del Montana, tipico. Lei chiude il libro, poi il taccuino. Tappa la stilografica e infila tutto nella borsa. Lui la guarda. Lei lo ha visto guardarla mentre riponeva la stilografica. Finge di non vederlo mentre lui le va incontro. È quasi vicino al suo tavolo. Lei si alza, lo schiva e avverte un odore acre. Con una smorfia trattiene il fiato e si copre il naso con la mano, fino a che non arriva alla cassa. Riprende fiato, quasi paonazza, un po’ imbarazzata, mentre la cameriera la scruta seria. Lei rifà la smorfia e agita la mano davanti al proprio naso ma Betty Sue non è in vena di stronzate e la saluta con un gesto del capo.

Odore sublime

25/01/2018

Che cos’è quest’odore Di quale odore stai parlando Sento uno strano odore e non è il tuo Eccola di nuovo con questo ottavo o nono senso Come diavolo fa a sentire quell’odore a distanza di ore e chilometri Mi fa impazzire Era un buon odore Ma non credo di ricordarlo davvero È come il dolore Sai di aver sofferto ma non puoi ricordare il dolore che ti ha attraversato il corpo e l’anima Quest’odore è un dolore sublime dalle narici allo stomaco attraverso la spina dorsale e i polmoni con un’imprevista scivolata al basso ventre Ricordo il percorso Ricordo la sensazione Ma non ricordo l’odore So però che era buono Un buon odore Un buon odore durato il tempo di odorarlo Il tempo di un convenevole abbraccio Lei entra con in mano un sacchetto che profuma di gastronomia Sono per voi dice Ringraziano e me la presentano Lei sceglie una spontaneità che sa di sofferenza che ha il colore grigio di un dramma domestico Dai Abbraccio dice e mi spiazza in un saluto anticonformista È un piacere conoscerti Scambio di baci È qui che tutto rallenta L’odore Eccolo l’odore ecco il suo buon odore eccolo salire e scendere e continuare a scorrere È l’odore della sua pelle l’odore del suo collo Non sento un profumo sento un odore che si fonde col mio Che fusione sublime Il mio corpo impacciato fatica a stringerla Il mio seno e i suoi seni Vicini al punto di tradirci Forse per questo non riesco a staccarmi È un abbraccio espresso in millesimi di secondo ma quell’odore è eterno E quel corpo E i capelli Adoro i capelli e i suoi erano i capelli che adoro E la pelle di quel collo troppo intima per esporla alle mie labbra La stavo sfiorando Completamente assente dal suo saluto Immerso nella nudità di quel lembo di pelle. Come lo dici ‘piacere’ al suo orecchio mentre lei lo sussurra al tuo Lo dici con voce incerta Ma l’odore quello non fugge Il movimento è impacciato e senza misura Le labbra agiscono d’impulso su quella seta Dalla guancia destra a quella sinistra Un gesto troppo veloce per esitare con la fantasia Che muore all’idea del distacco L’odore svanisce E lei dal mio corpo Quanto è durato quell’odore Ha una camicia a quadri azzurrina marrone e bordeaux Strano abbigliamento La giacca beige è un po’ lunga forse non è sua o forse lo è per scelta Questi sono per voi Uno stuzzichino per la cena aveva detto Ho perso metà del discorso Avrei dovuto parlarle di quell’odore e del mio Forse non lo ha sentito Ma ora sta raccontando il suo dramma e quell’odore ha un gusto amaro che ci accomuna Sento un’intesa così timida da essermi familiare Forse entrambi abbiamo intese simili che non sconfinano Che non possono sconfinare Resto in silenzio È ora di andare Te ne vai e io non ti ho parlato del tuo odore e dei miei sensi Pochi minuti e anch’io sono in strada Rincorro il tuo odore E ancora lo sento.

Fallo

27/07/2017

Direi che l’unico modo che hai per esprimere te stesso è farlo!

Reazioni

27/07/2017

Se tu fossi solo, indipendente e libero da qualsiasi legame allora potresti chiamarle azioni, quelle che compi ogni giorno. Ma non trovandoti in questa situazione, le definirei piuttosto reazioni. Ed ognuna di esse dipende da altre reazioni che continuano ad influenzare e modificare, quasi sempre in modo contrario, la tua libertà.

Non agiamo realmente, reagiamo.

Ipocrisia

28/01/2017

Si chiedeva se entrare e aspettarla al bancone del bar o continuare a passeggiare in strada. Di certo, lì fuori si sarebbe intirizzito. Era solito presentarsi agli appuntamenti con largo anticipo. Lei, anche la volta scorsa, la loro prima volta, aveva tardato di almeno mezz’ora. Oggi, lui, nei primi venti minuti d’attesa, stava passando al vaglio il proprio aspetto, sforzandosi di ripercorrere mnemonicamente il rituale di preparazione, svolto poco prima davanti allo specchio del bagno. Nonostante fosse metodico nell’occuparsi della propria persona, saltò i canonici tre minuti di igiene orale, ma ancora non se ne era ricordato. Con la tranquillità di un ignorante, si sincerò, nel riflesso di una vetrina, che la capigliatura fosse intatta come l’aveva fissata.  Poi abbassò il capo e con una mano scostò e riavvicino rapidamente i vestiti al petto, annusandone l’aria calda che fuoriusciva dal bavero; profumava di Argan e ne fu vanitosamente soddisfatto. Fu quindi assalito dall’ansia dell’attesa che, nonostante si sfiorassero i Celsius negativi, lo spinse a verificare se non avesse già macchiato la camicia sotto alle ascelle: era tutto a posto. Si rilassò e concentrò i suoi pensieri sul viso di lei. Ma come l’avrebbe salutata, al suo arrivo? Forse con un bacio sulla guancia? E le eventuali battute di spirito in risposta alle sue scuse per il ritardo? Si chiese poi di cosa avrebbero potuto parlare. Dei rispettivi lavori? La salute? Meglio di no. Ma allora, cosa? Era così imbarazzante non saper di che cosa parlare. Si agitò. I suoi pensieri dovevano cambiare direzione. Trovato! Avrebbe vissuto quell’appuntamento come se ve ne fossero stati molti altri insieme, in precedenza. Convincersi di essere già entrati in una certa intimità avrebbe smorzato la paura dell’ignoto insinuatasi inesorabilmente pensando a lei ed al suo mondo. Ecco fatto, con quella convinzione aveva ripreso in mano le redini della serata a venire e, forte di quello slancio immaginario, spostò prepotentemente l’attenzione su di lei.

Ma passata la mezz’ora di attesa incominciò veramente a spazientirsi. Doveva ammetterlo, ben presto, su quel viso diafano, quella fastidiosa costante del ritardo sarebbe apparsa come un neo, verso il quale, al termine di una breve carezza, strofinandolo con il pollice, non avrebbe risparmiato un commento sarcastico.  Ma due respiri profondi gli furono sufficienti a rimproverarsi per quell’idea del neo. Che crudele, sarebbe come farle notare amorevolmente un residuo verdastro sui denti, facilmente risolvibile con l’utilizzo di uno specchietto per il rossetto, se solo lei fosse più attenta. Fu allora che si ricordò di non aver lavato i suoi, di denti, e solo così, benché l’evento fosse di gran lunga di minor valenza, si vergognò all’istante per quel pensiero che, nei panni della vittima, permaloso com’era, lo avrebbe umiliato per tutta la serata. Così il freddo non gli impedì di arrossire e poco importava se era solo, nella penombra, perché la severità del proprio atteggiamento critico gli si era già rivolta contro. Con un’energica strofinata dell’indice, come avrebbe fatto con lo spazzolino, i suoi denti passarono in secondo piano, seguiti da quel fantomatico neo sul viso di lei. Gli rimase solo l’amaro in bocca, come un segno di auto-punizione, il gusto sadico del vittimismo che giustifica una cattiveria per carattere e non per volontà.

Probabilmente, l’atteggiamento taciturno e punito o punitivo di lui graverà sulla spontaneità di lei per tutta la serata e forse gli sembrerà addirittura un bene. D’altro canto, riesce ancora a sentire le risate nervose di quella ragazza al loro primo appuntamento; lo misero a disagio al punto di spingerlo ad accennare compitamente a dei gesti di rimprovero, come se lei, vedendoli, si fosse trattenuta dal prolungare quelle risa esagerate. Oddio, in realtà gli era piaciuta quella sensazione di libertà emanata dalle sue risate e, in altre circostanze, quando fossero stati soli davanti alla luna e lui avesse voluto accattivarsi la sua simpatia con qualche battuta di spirito, ecco, forse allora quelle risate avrebbero facilmente trovato la sua incondizionata approvazione. Ma comunque sia non sopportava l’idea che qualcun altro dei presenti potesse trovarli sconvenienti. Il pensiero che altri giudicassero negativamente quella spontaneità lo rendeva lui stesso giudice che, essendo in rapporto diretto con l’imputata, si ergeva ad unico detentore del diritto di giudicarla. Ma avrebbe anche voluto proteggerla. Insomma, in entrambi i casi giocava d’anticipo su un presunto diritto di proprietà. Lei, dal canto suo, non sapeva ancora quanto lui potesse essere meschino. Fu lui stesso a giudicarsi tale, e lo fece sapendo che così sarebbero stati in due ad alleggerire il peso di quell’aggettivo. Al primo appuntamento, quando lei si tratteneva a lungo su discorsi apparentemente di poca rilevanza, lui si perdeva ogni sfumatura della sua voce, sviando l’attenzione nella lotta contro quel fantomatico giudice che in lui sentenziava senza tregua e gli forniva le attenuanti che lo avrebbero assolto da quegli stessi pensieri nei confronti di lei. E quando si sentiva vinto, seguiva la sua voce per tornare al presente. All’improvviso, dal bavero il freddo gli irrigidì il petto. Probabilmente credeva che neanche quel giorno sarebbe riuscito a cambiare di una virgola il suo atteggiamento, così come temeva che non avrebbe prestato attenzione ad una sola virgola del discorso di lei. Ma per ora la stava ancora aspettando, passeggiando lungo la via del ristorante e forse non era poi così intirizzito.

Lei sapeva di essere in ritardo ma cercava di non farselo pesare troppo. Non posso pensare che recriminerà, si diceva mentre slacciava l’accappatoio. Se lo tolse lentamente e lo appese allo scalda salviette, da dove scivolò e cadde a terra. Indossò le mutandine bianche: avevano una leggera e discreta lavorazione di pizzo sul pube e all’orlo sui fianchi. Allacciò il reggiseno sul davanti e lo fece scorrere e ruotare fino a coprire i seni.  Poi si sedette sul letto, cercò con la mano i collant dietro di sé e se li infilò lentamente per non smagliarli. Non aveva unghie lunghe e la pelle delle sue dita, nonostante fosse inverno, era liscia e morbida. Il vestito che pensava di indossare avrebbe lasciato nuda una piccola parte della schiena, sotto alle spalle, e si rese conto che il reggiseno sarebbe rimasto in vista. Se lo tolse e pensò di farne a meno. Il vestito invernale, così spesso, non avrebbe di certo mostrato quel fastidioso e imbarazzante rigonfiamento occasionale all’altezza dei capezzoli, si disse. Forse è meglio se cambio vestito. Ma l’idea di doverlo cercare la convinse a vestire quello già pronto. Spazzolò rapidamente i capelli e spruzzò del profumo sul collo, prima a destra e poi a sinistra, quindi sui polsi, che strofinò tra di loro. Perché non vuoi che ti accompagni, chiese una voce maschile alle sue spalle. Non era il caso.

Mentre camminava pensava a come avesse fatto ad arrivare al secondo appuntamento con lui. Sì, è un ragazzo a modo, simpatico, sincero, pensava, ma… Ma cosa, si chiedeva con ansia. Ma… forse il problema sono io… E immancabilmente, quando giungeva a questa conclusione, serrava i denti e il suo passo si faceva più deciso, fino a che sentiva un leggero fastidio ai polpacci. Riconobbe quel fastidio e rallentò. Dannati tacchi! Certo le scarpe da ginnastica non si sarebbero intonate al nero del vestito, nonostante il cappotto la coprisse completamente dal collo ai piedi e nessuno avrebbe notato lo strano abbinamento. Al ristorante si sarebbe seduta mentre gli porgeva il soprabito e avrebbe tenuto i piedi sotto al tavolo per tutta la serata e quando fossero usciti, il cappotto l’avrebbe coperta nuovamente. Chissà come siamo arrivati a parlare delle scarpe da ginnastica. E com’è che ha potuto consigliarmi di usarle sul vestito da sera? Secondo me non ha affatto buon gusto… o non ne capisce nulla di… Ma smettila, piuttosto stai attenta a dove metti i piedi, si diceva.

Arrivò nei pressi del locale dove avevano appuntamento e lui la vide non appena svoltò l’angolo. Le andò incontro e la prese subito a braccetto. Lei socchiuse gli occhi e gli porse le labbra ma lui sembrava più preoccupato a condurla verso l’ingresso del ristorante. Si fermarono sulla porta e le diede un bacio improvvisato sulla guancia.

Non sapeva se lei avesse gradito che la baciasse sulle labbra. Non aveva notato che poco prima gliele aveva offerte in un gesto incerto ma coraggioso. Tuttavia si accorse di non averla salutata come avrebbe dovuto. Sarebbero entrati da lì a pochi secondi. Che senso ha baciarla dentro al ristorante, si chiese. Così, non trovando altra soluzione, prima di entrare la baciò rapidamente sulla guancia. Lei non ebbe il tempo di girarsi per ricambiare il gesto, quindi poté solo accennare ad un sorriso di soddisfazione, che a lui sfuggì.

Al tavolo era nervosa. Le mani appoggiate sulle gambe; una scorreva ansiosamente su e giù per la coscia mentre l’altra stringeva un lembo del vestito, spingendolo di tanto in tanto verso il basso, come se dovesse coprire la nudità che un disagio aveva scoperto. Forse sarà gelata, pensò lui, e quando le prese le mani e gliele portò sul tavolo per poterle stringere, lei si rilassò.

Mi chiede se ho freddo… Si sentì improvvisamente sola, ma la profondità di quel sentimento era troppo vasta per permettersi di perdersi in essa quindi, quando lui le strinse le mani, a lei non rimase che rassegnarsi. Avrei voluto che non dicesse nulla, bastava stringerle, pensava. Forse è stato meglio così, altrimenti mi sarei illusa che avesse capito il mio imbarazzo.

Lui sentì le mani di lei che si rilassavano e pensò subito a quanto lei avesse bisogno della sua stretta romantica per stare meglio. Era appagato ed orgoglioso, al punto che pensò addirittura di continuare lui stesso a scaldarle le gambe, improvvisando gesti impacciati e sconvenienti sulle sue cosce.

Sì spaventò quando lui le posò le mani sulle gambe. Oddio, cosa sta facendo, si chiese. Fortunatamente il gesto fu breve e rapido; lui si accorse che non era né il posto né il momento giusto per toccarla in quel modo. Arrossì ma lei non lo vide. Cosa prendi, chiese lui.

Ti ho vista al bar, lo scorso venerdì. Quale bar. Quello del corso. E tu dov’eri, perché non mi hai salutata. Si era fermato ad osservarla. L’aveva vista con qualcun altro, prima di entrare nel locale. Ero sul lato opposto della strada, fermo al semaforo. Invece no, ero al bancone del bar, confessò tra sé, volevo guardarti. L’aveva osservata mentre le consegnavano il toast e un succo. Ecco il tuo panino, le avevano detto, appoggiando il piatto sul bordo del tavolo e non davanti a lei. La cameriera si scusò solo dopo qualche secondo, quando si accorse della gaffe. Lui pensò a quanto fosse stata imperdonabilmente sbadata ma notò anche una piccola dose di crudeltà. Figurati, non c’è problema, rispose lei sorridendo. Mi sono immaginato di fronte a te, seduto a quel tavolo, continuava a pensare lui. Mi domandavo come fossi arrivata fino a lì. Mi chiedevo dove abitassi. Pensavo ai movimenti delle tue mani mentre ti pettinavi. Eri impeccabile in quei jeans, camicetta bianca e giacca bordeaux in pelle. Capelli curati appoggiati alle spalle, li spostavi di tanto in tanto per mordere il toast. Ho bevuto un interminabile cappuccino, fantasticando su noi due.

Eri fermo al semaforo, gli chiese. Ah, ho capito, mi hai vista parlare con quel tipo seduto sul muretto, quello con le stampelle e non ti sei avvicinato. Ti ho vista ma non ho potuto fermarmi, scusami. E poi lui è entrato nel bar e mentre pensavo a noi, si è seduto d’innanzi a te e avete parlato, pensava. Ti guardavo dritta negli occhi dallo specchio sul muro di fronte a te. Ti guardavo e non provavo vergogna nel fissarti così a lungo. Mi guardavi e non eri intimidita. Ti muovevi con cautela, masticavi lentamente. Lui ti parlava guardando fuori, parlava delle sue gambe e tu gli sorridevi senza sapere nulla del suo sguardo. Ed io non sapevo nulla del tuo.

Allora, mi vuoi dire altro o te ne starai zitto per tutta la serata, chiese lei. Lascia che ti legga il menu, rispose lui. Non ci posso credere, sta facendo il geloso, pensava lei. La cosa mi lusinga. E le scappò un sorriso, che lui notò. Non farti illusioni. Scelsero cosa ordinare. Ti ho guardata terminare il toast. Hai bevuto e ti sei passata il tovagliolo sulle labbra. Ho continuato a fissarti nel riflesso dello specchio. Hai chiesto il conto, hai pagato al tavolo, ti sei alzata, hai preso il tuo bastone bianco e sei uscita. Ed ora che sei qui davanti a me non so che dirti, continuò a pensare.

Questo silenzio mi sta infastidendo. Non so se mi sta guardando o se è ancora chino sul menu. Non posso starmene zitta, pensò.

Rosario irruppe nel loro silenzio. Rosario non è il suo nome, lo hanno soprannominato così perché di sera vende le rose nei ristoranti. Per abitudine si finisce sempre col dire di no a Rosario ma è un’abitudine che a volte costa cara, molto più di un paio di rose. Fu lei a dover rimediare, dicendo che avrebbe preferito il rosso di un quartino e facendo seguire la battuta da una risata coraggiosa. Che cretino, perché ho detto di no, si chiedeva lui. Potremmo accompagnare il quartino con una rosa, se me lo permetti, azzardò lui.

Si chiedeva se il fatto che lei non lo vedesse lo avrebbe messo più a disagio di quanto avesse pensato. Ci teneva a farla sentire bene in sua presenza, ma non sapeva proprio come fare, dal momento che se lei non poteva vedere i suoi gesti, non li avrebbe neanche potuti interpretare secondo quelle che erano le intenzioni con le quali lui li compiva. Si sentiva un po’ come un mimo davanti a un pubblico di ciechi. Oddio, ma cosa sto farneticando, si rimproverava. Lei, intanto, ad ogni forchettata che portava alla bocca, pensava alla lentezza obbligata del suo gesto e a come l’avrebbe fatta apparire agli occhi di lui. Passava spesso il tovagliolo sulle labbra e tutt’intorno ad esse. Non hai nulla, tranquilla, avrebbe voluto dirle. Comprese che l’unico gesto che l’avrebbe messa a suo agio sarebbe stato proprio passarle il tovagliolo sulle labbra, fingendo di toglierle una punta di salsa o una briciola di pane. In cuor suo era convinto che tale gesto avrebbe suscitato in lei una piccola dose di arrendevolezza che gli avrebbe permesso di varcare un’importante soglia di intimità fisica. Entrambi avrebbero instaurato un rapporto di reciproca fiducia. Con tale intento, in un movimento tremate per la forte emozione, le chiese il permesso di passarle il tovagliolo sul lato destro della bocca. Lei, imbarazzata, sollevò rapidamente il braccio e con un colpo di gomito rovesciò il quartino di vino, seguito dal fragore dei calici che si infrangevano a terra.

 

Uscirne vivi – Alice Munro

11/11/2015

image

La foto non mostrava ciò che lui avrebbe voluto, né lei sarebbe stata in grado di immaginarlo. Tuttavia, Jane, continuava a muoverci sopra lo sguardo, analizzandola freneticamente, come se tra le pieghe di quel lago vi fossero, nascoste, per ora, le parole che le avrebbero spiegato il senso di ciò che stava guardando.
Chi era quella donna di spalle, in piedi, da sola a guardare quel fondolago così stretto da farci schiantare l’immaginazione? Ma forse non lo stava osservando affatto, quell’orizzonte. Certo che no, aveva i piedi in ammollo: guardava senza vedere nulla, in realtà, assorta in chissà quale pensiero. Sembrava una fredda giornata autunnale o almeno così, la foto, voleva farle credere. La nebbia, a fondolago. La donna però portava un vestito blu estivo. No, di mezza stagione, in effetti, le maniche arrotolate lungo le braccia. E l’acqua, l’acqua non doveva essere neppure tiepida perché le gambe, anzi, i polpacci, scoperti, sembravano intirizziti. La schiena era rigida e dritta e un braccio leggermente scostato dal fianco. Eh già, non era affatto rilassata. I piedi sui sassolini neri della riva appena immersa nelle minuscole onde. Ma certo, quella mano ti ha tradita, mia cara! A cosa pensava, allora, se non aveva intenzione di proseguire verso il fondo di quel grigiume? Non c’è nulla attorno, solo i monti. Che ora sarà stata? Le tre del pomeriggio? Le quattro? Il cielo era nuvoloso? Troppo chiaro e sfuocato per dirlo ma le ombre sul vestito potevano farlo presupporre.
Jane ricorda di averlo chiamato, un giorno di novembre. Lui le aveva detto che era in giro a far foto. Lei aveva sentito un grido smorzato. Non le aveva detto dove. Forse era la donna che entrava nell’acqua gelida o i suoi piedi nudi sui sassi. Non aveva insistito, lo scoprirò dalle foto, si era detta.
Probabilmente, se Jane l’avesse vista in viso, se nella foto quella donna stesse sorridendo, beh, allora sì che si sarebbe infuriata. Ma quella se ne stava lì, nella foto come nei pensieri di Jane, immobile, anonima, innocente fino a prova contraria.
Forse lui l’aveva vista da lontano e aveva pensato di fotografarla perché gli piaceva la scena e non perché la conoscesse. Ma lei cosa ci faceva con l’acqua appena sotto le caviglie? Ecco! Ti sei tradito, pensò Jane. Lei ti ha obbedito. Le hai chiesto tu di entrare, si diceva tra sé e sé, mentre gli occhi le si erano spalancati e tornavano a brillare.

Dimmi se…

03/07/2015

Dimmi se c’è qualcuno nella tua vita perché un sorriso così non può restare solo.

27/05/2015

SAUDADE
VAZIO
SOLIDÃO
LEMBRANÇAS

Uno sguardo

26/04/2015

Sono fermo al semaforo, in attesa di poter attraversare la strada. Lei, sul lato opposto, si dirige verso un bar. Prima di entrare pare che urti le stampelle di un vecchio seduto fuori dal locale. Forse si scusa ed entra nel bar. Attraverso e la seguo. Lei è seduta a un tavolo alla vetrata che dà sulla strada. Conosce i proprietari e dal tavolo ordina un tramezzino. ‘Scusa ma ho solo dei panini, i tramezzini sono ancora in freezer’, le dice la proprietaria. In realtà non ha alcuna voglia di soddisfare la richiesta della ragazza. Fa una smorfia come a cercare la complicità dei clienti al banco su quanto fosse strana quella richiesta alle nove del mattino. La ragazza, sorridente, dice che non importa e accetta un panino, ‘di bresaola e brie, per favore’. La proprietaria ripete a bassa voce, in tono interrogativo, ‘bresaola e brie’ e si lancia in una nuova espressione di falso stupimento che vorrebbe nuovamente l’appoggio di chi la guarda.
Le prepara il panino e glielo porta al tavolo; poi si allontana e tornata al bancone. Si accorge di averglielo lasciato troppo lontano e si scusa.
Lei lo morde delicatamente e si passa le dita sulla bocca. Guarda nello specchio di fronte a lei, lo stesso dal quale io la osservo. Muove rapidamente gli occhi. Occhi bellissimi, azzurri, vivi. Continua a mordere il panino e a guardare nello specchio. Per fortuna il barista non ha ancora preparato il mio cappuccino e posso continuare a scrutarla. I suoi occhi mi guardano. Io la fisso ma i suoi occhi non si fermano. La sto fissando ma sono solo. Poi entra il vecchio con le stampelle. Si regge su entrambe e si trascina fino alla sedia allo stesso tavolo della ragazza, di fronte a lei. Si siede. Parlano. Lei continua a mangiare. Si conoscono, ovviamente. Lui le chiede qualcosa. Lei risponde e poi sento che chiede, ‘e tu, invece?’.
Io continuo a guardarla dallo specchio. I suoi gesti mi affascinano. Parla, morde il panino, passa le mani sulla bocca. Ha delle dita bellissime. I capelli curati, lunghi, biondi. È seduta con la schiena dritta, scostata dallo schienale della sedia. Jeans e scarpe con mezzo tacco. Mi guarda dallo specchio ma è intenta a parlare. I suoi occhi sono irrequieti. Le sue dita scorrono tra i capelli e di nuovo sulle labbra. Sorride. È nervosa ma sorride. Tenta di mantenere una postura composta ma è agitata. Si sforza a ostentare sicurezza. Sorride e quel sorriso sembra voglia dire ‘lo so che mi stai osservando’. Eppure io sono così calmo e la guardo intristito. Forse è proprio la mia tristezza che la innervosisce. Non sono le parole del vecchio, anche se lei gli dedica tutta la sua attenzione.
Bevo il mio cappuccino.
È ora di uscire.
Avrei voluto che si fosse seduta a un tavolo vuoto, invece a quel tavolo c’era già la maglia e il cappello del vecchio.
Avrei voluto parlarle ed essere ascoltato come lei faceva con lui, uniti da qualcosa che io non avevo, qualcosa che li rendeva simili ed io così diverso. Avrei voluto sapere il suo nome. Avrei voluto lasciarle il mio.
Ma dovetti uscire.
Entrai in quel bar solo per osservarla. Sentivo il cuore farmi male e avrei voluto aiutarla, ancora prima che entrasse e ancora prima, dal primo momento che la vidi, al semaforo, sull’altro lato della strada, mentre cercava la voce del vecchio, a ogni tocco del suo bastone bianco sui bordi del marciapiede.