Odore sublime

25/01/2018

Che cos’è quest’odore Di quale odore stai parlando Sento uno strano odore e non è il tuo Eccola di nuovo con questo ottavo o nono senso Come diavolo fa a sentire quell’odore a distanza di ore e chilometri Mi fa impazzire Era un buon odore Ma non credo di ricordarmelo È come il dolore Sai di aver sofferto ma non puoi ricordarlo quel dolore che ti ha attraversato l’anima dai ricettori nervosi al cervello Quest’odore è un dolore sublime dalle narici allo stomaco attraverso la spina dorsale e i polmoni con una sana imprevista scivolata sul basso ventre E lo ricordo il percorso Ricordo la sensazione Ma non ricordo l’odore So però che era buono Un buon odore Un buon odore durato il tempo di odorarlo Il tempo di un convenevole abbraccio Insomma Lei entra con in mano un sacchetto che profuma di gastronomia Sono per voi dice Me la presentano Lei sceglie una spontaneità che sa di sofferenza che ha il colore grigio di un dramma domestico Dai Abbraccio dice e mi spiazza in un saluto anticonformista È un piacere conoscerti Scambio di baci È qui che tutto rallenta L’odore Eccolo l’odore ecco il suo buon odore eccolo salire e scendere e continuare a scorrere È l’odore della sua pelle l’odore del suo collo Non sento un profumo sento un odore che si fonde col mio Che fusione sublime Il mio corpo impacciato fatica a stringerla I suoi seni sono troppo vicini ai miei e ho paura di sapere se ci stanno tradendo Eppure non riesco a staccarmi È un abbraccio di pochi millesimi di secondo ma quell’odore E quel corpo E i capelli Adoro i capelli e i suoi erano i capelli che adoro E la pelle non emanava solo quell’odore sublime I pori di quel collo erano di seta Troppo intimi per esporli alle mie labbra Ma li stavo sfiorando Completamente assente dal suo saluto Immerso nella nudità di quel lembo di pelle. Come lo dici ‘piacere’ al suo orecchio mentre lei lo sussurra al tuo Lo dici con voce fioca e spezzata Ma l’odore quello non fugge Il movimento è impacciato senza misura e le labbra agiscono d’impulso su quella seta e nel ricordo sono immobili ancora intente a baciare Prima il lato destro Poi quello sinistro Un gesto troppo veloce per rallentarne il movimento Troppo veloce per permettermi di esitare ancora un po’ I pensieri periscono all’idea del distacco L’odore svanisce E poi lei dal mio corpo Quanto è durato quell’odore Ha una camicia a quadri azzurrina marrone bordeaux Strano abbigliamento La giacca beige è un po’ lunga forse non è sua o forse lo è per scelta Questi sono per voi uno stuzzichino per la cena aveva detto Ho perso più della metà del discorso Avrei voluto parlarle di quell’odore e del mio Forse non lo ha sentito Ma ora sta raccontando del suo dramma che mi ricorda il mio Quest’odore ha anche un gusto amaro in comune e si fa così più sublime Sento un’intesa implicita così timida che non sconfina dal mio mondo Forse entrambi abbiamo intese simili che non sconfinano Che non possono sconfinare Resto in silenzio Sorrido per timidezza Non saprei di cosa parlarti se non del tuo odore quindi ti sorrido È ora di andare Te ne vai e io non ti ho parlato del tuo odore e dei miei sensi Pochi minuti e anch’io sono in strada Cerco il tuo odore ma non mi resta che parlare di lui con un messaggio Galeotto quell’odore E ancora lo ricordo e ne parlo di nascosto A distanza di anni.

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Fallo

27/07/2017

Direi che l’unico modo che hai per esprimere te stesso è farlo!

Reazioni

27/07/2017

Se tu fossi solo, indipendente e libero da qualsiasi legame allora potresti chiamarle azioni, quelle che compi ogni giorno. Ma non trovandoti in questa situazione, le definirei piuttosto reazioni. Ed ognuna di esse dipende da altre reazioni che continuano ad influenzare e modificare, quasi sempre in modo contrario, la tua libertà.

Non agiamo realmente, reagiamo.

Ipocrisia

28/01/2017

Si chiedeva se entrare e aspettarla al bancone del bar o continuare a passeggiare in strada. Di certo, lì fuori si sarebbe intirizzito. Era solito presentarsi agli appuntamenti con largo anticipo. Lei, anche la volta scorsa, la loro prima volta, aveva tardato di almeno mezz’ora. Oggi, lui, nei primi venti minuti d’attesa, stava passando al vaglio il proprio aspetto, sforzandosi di ripercorrere mnemonicamente il rituale di preparazione, svolto poco prima davanti allo specchio del bagno. Nonostante fosse metodico nell’occuparsi della propria persona, saltò i canonici tre minuti di igiene orale, ma ancora non se ne era ricordato. Con la tranquillità di un ignorante, si sincerò, nel riflesso di una vetrina, che la capigliatura fosse intatta come l’aveva fissata.  Poi abbassò il capo e con una mano scostò e riavvicino rapidamente i vestiti al petto, annusandone l’aria calda che fuoriusciva dal bavero; profumava di Argan e ne fu vanitosamente soddisfatto. Fu quindi assalito dall’ansia dell’attesa che, nonostante si sfiorassero i Celsius negativi, lo spinse a verificare se non avesse già macchiato la camicia sotto alle ascelle: era tutto a posto. Si rilassò e concentrò i suoi pensieri sul viso di lei. Ma come l’avrebbe salutata, al suo arrivo? Forse con un bacio sulla guancia? E le eventuali battute di spirito in risposta alle sue scuse per il ritardo? Si chiese poi di cosa avrebbero potuto parlare. Dei rispettivi lavori? La salute? Meglio di no. Ma allora, cosa? Era così imbarazzante non saper di che cosa parlare. Si agitò. I suoi pensieri dovevano cambiare direzione. Trovato! Avrebbe vissuto quell’appuntamento come se ve ne fossero stati molti altri insieme, in precedenza. Convincersi di essere già entrati in una certa intimità avrebbe smorzato la paura dell’ignoto insinuatasi inesorabilmente pensando a lei ed al suo mondo. Ecco fatto, con quella convinzione aveva ripreso in mano le redini della serata a venire e, forte di quello slancio immaginario, spostò prepotentemente l’attenzione su di lei.

Ma passata la mezz’ora di attesa incominciò veramente a spazientirsi. Doveva ammetterlo, ben presto, su quel viso diafano, quella fastidiosa costante del ritardo sarebbe apparsa come un neo, verso il quale, al termine di una breve carezza, strofinandolo con il pollice, non avrebbe risparmiato un commento sarcastico.  Ma due respiri profondi gli furono sufficienti a rimproverarsi per quell’idea del neo. Che crudele, sarebbe come farle notare amorevolmente un residuo verdastro sui denti, facilmente risolvibile con l’utilizzo di uno specchietto per il rossetto, se solo lei fosse più attenta. Fu allora che si ricordò di non aver lavato i suoi, di denti, e solo così, benché l’evento fosse di gran lunga di minor valenza, si vergognò all’istante per quel pensiero che, nei panni della vittima, permaloso com’era, lo avrebbe umiliato per tutta la serata. Così il freddo non gli impedì di arrossire e poco importava se era solo, nella penombra, perché la severità del proprio atteggiamento critico gli si era già rivolta contro. Con un’energica strofinata dell’indice, come avrebbe fatto con lo spazzolino, i suoi denti passarono in secondo piano, seguiti da quel fantomatico neo sul viso di lei. Gli rimase solo l’amaro in bocca, come un segno di auto-punizione, il gusto sadico del vittimismo che giustifica una cattiveria per carattere e non per volontà.

Probabilmente, l’atteggiamento taciturno e punito o punitivo di lui graverà sulla spontaneità di lei per tutta la serata e forse gli sembrerà addirittura un bene. D’altro canto, riesce ancora a sentire le risate nervose di quella ragazza al loro primo appuntamento; lo misero a disagio al punto di spingerlo ad accennare compitamente a dei gesti di rimprovero, come se lei, vedendoli, si fosse trattenuta dal prolungare quelle risa esagerate. Oddio, in realtà gli era piaciuta quella sensazione di libertà emanata dalle sue risate e, in altre circostanze, quando fossero stati soli davanti alla luna e lui avesse voluto accattivarsi la sua simpatia con qualche battuta di spirito, ecco, forse allora quelle risate avrebbero facilmente trovato la sua incondizionata approvazione. Ma comunque sia non sopportava l’idea che qualcun altro dei presenti potesse trovarli sconvenienti. Il pensiero che altri giudicassero negativamente quella spontaneità lo rendeva lui stesso giudice che, essendo in rapporto diretto con l’imputata, si ergeva ad unico detentore del diritto di giudicarla. Ma avrebbe anche voluto proteggerla. Insomma, in entrambi i casi giocava d’anticipo su un presunto diritto di proprietà. Lei, dal canto suo, non sapeva ancora quanto lui potesse essere meschino. Fu lui stesso a giudicarsi tale, e lo fece sapendo che così sarebbero stati in due ad alleggerire il peso di quell’aggettivo. Al primo appuntamento, quando lei si tratteneva a lungo su discorsi apparentemente di poca rilevanza, lui si perdeva ogni sfumatura della sua voce, sviando l’attenzione nella lotta contro quel fantomatico giudice che in lui sentenziava senza tregua e gli forniva le attenuanti che lo avrebbero assolto da quegli stessi pensieri nei confronti di lei. E quando si sentiva vinto, seguiva la sua voce per tornare al presente. All’improvviso, dal bavero il freddo gli irrigidì il petto. Probabilmente credeva che neanche quel giorno sarebbe riuscito a cambiare di una virgola il suo atteggiamento, così come temeva che non avrebbe prestato attenzione ad una sola virgola del discorso di lei. Ma per ora la stava ancora aspettando, passeggiando lungo la via del ristorante e forse non era poi così intirizzito.

Lei sapeva di essere in ritardo ma cercava di non farselo pesare troppo. Non posso pensare che recriminerà, si diceva mentre slacciava l’accappatoio. Se lo tolse lentamente e lo appese allo scalda salviette, da dove scivolò e cadde a terra. Indossò le mutandine bianche: avevano una leggera e discreta lavorazione di pizzo sul pube e all’orlo sui fianchi. Allacciò il reggiseno sul davanti e lo fece scorrere e ruotare fino a coprire i seni.  Poi si sedette sul letto, cercò con la mano i collant dietro di sé e se li infilò lentamente per non smagliarli. Non aveva unghie lunghe e la pelle delle sue dita, nonostante fosse inverno, era liscia e morbida. Il vestito che pensava di indossare avrebbe lasciato nuda una piccola parte della schiena, sotto alle spalle, e si rese conto che il reggiseno sarebbe rimasto in vista. Se lo tolse e pensò di farne a meno. Il vestito invernale, così spesso, non avrebbe di certo mostrato quel fastidioso e imbarazzante rigonfiamento occasionale all’altezza dei capezzoli, si disse. Forse è meglio se cambio vestito. Ma l’idea di doverlo cercare la convinse a vestire quello già pronto. Spazzolò rapidamente i capelli e spruzzò del profumo sul collo, prima a destra e poi a sinistra, quindi sui polsi, che strofinò tra di loro. Perché non vuoi che ti accompagni, chiese una voce maschile alle sue spalle. Non era il caso.

Mentre camminava pensava a come avesse fatto ad arrivare al secondo appuntamento con lui. Sì, è un ragazzo a modo, simpatico, sincero, pensava, ma… Ma cosa, si chiedeva con ansia. Ma… forse il problema sono io… E immancabilmente, quando giungeva a questa conclusione, serrava i denti e il suo passo si faceva più deciso, fino a che sentiva un leggero fastidio ai polpacci. Riconobbe quel fastidio e rallentò. Dannati tacchi! Certo le scarpe da ginnastica non si sarebbero intonate al nero del vestito, nonostante il cappotto la coprisse completamente dal collo ai piedi e nessuno avrebbe notato lo strano abbinamento. Al ristorante si sarebbe seduta mentre gli porgeva il soprabito e avrebbe tenuto i piedi sotto al tavolo per tutta la serata e quando fossero usciti, il cappotto l’avrebbe coperta nuovamente. Chissà come siamo arrivati a parlare delle scarpe da ginnastica. E com’è che ha potuto consigliarmi di usarle sul vestito da sera? Secondo me non ha affatto buon gusto… o non ne capisce nulla di… Ma smettila, piuttosto stai attenta a dove metti i piedi, si diceva.

Arrivò nei pressi del locale dove avevano appuntamento e lui la vide non appena svoltò l’angolo. Le andò incontro e la prese subito a braccetto. Lei socchiuse gli occhi e gli porse le labbra ma lui sembrava più preoccupato a condurla verso l’ingresso del ristorante. Si fermarono sulla porta e le diede un bacio improvvisato sulla guancia.

Non sapeva se lei avesse gradito che la baciasse sulle labbra. Non aveva notato che poco prima gliele aveva offerte in un gesto incerto ma coraggioso. Tuttavia si accorse di non averla salutata come avrebbe dovuto. Sarebbero entrati da lì a pochi secondi. Che senso ha baciarla dentro al ristorante, si chiese. Così, non trovando altra soluzione, prima di entrare la baciò rapidamente sulla guancia. Lei non ebbe il tempo di girarsi per ricambiare il gesto, quindi poté solo accennare ad un sorriso di soddisfazione, che a lui sfuggì.

Al tavolo era nervosa. Le mani appoggiate sulle gambe; una scorreva ansiosamente su e giù per la coscia mentre l’altra stringeva un lembo del vestito, spingendolo di tanto in tanto verso il basso, come se dovesse coprire la nudità che un disagio aveva scoperto. Forse sarà gelata, pensò lui, e quando le prese le mani e gliele portò sul tavolo per poterle stringere, lei si rilassò.

Mi chiede se ho freddo… Si sentì improvvisamente sola, ma la profondità di quel sentimento era troppo vasta per permettersi di perdersi in essa quindi, quando lui le strinse le mani, a lei non rimase che rassegnarsi. Avrei voluto che non dicesse nulla, bastava stringerle, pensava. Forse è stato meglio così, altrimenti mi sarei illusa che avesse capito il mio imbarazzo.

Lui sentì le mani di lei che si rilassavano e pensò subito a quanto lei avesse bisogno della sua stretta romantica per stare meglio. Era appagato ed orgoglioso, al punto che pensò addirittura di continuare lui stesso a scaldarle le gambe, improvvisando gesti impacciati e sconvenienti sulle sue cosce.

Sì spaventò quando lui le posò le mani sulle gambe. Oddio, cosa sta facendo, si chiese. Fortunatamente il gesto fu breve e rapido; lui si accorse che non era né il posto né il momento giusto per toccarla in quel modo. Arrossì ma lei non lo vide. Cosa prendi, chiese lui.

Ti ho vista al bar, lo scorso venerdì. Quale bar. Quello del corso. E tu dov’eri, perché non mi hai salutata. Si era fermato ad osservarla. L’aveva vista con qualcun altro, prima di entrare nel locale. Ero sul lato opposto della strada, fermo al semaforo. Invece no, ero al bancone del bar, confessò tra sé, volevo guardarti. L’aveva osservata mentre le consegnavano il toast e un succo. Ecco il tuo panino, le avevano detto, appoggiando il piatto sul bordo del tavolo e non davanti a lei. La cameriera si scusò solo dopo qualche secondo, quando si accorse della gaffe. Lui pensò a quanto fosse stata imperdonabilmente sbadata ma notò anche una piccola dose di crudeltà. Figurati, non c’è problema, rispose lei sorridendo. Mi sono immaginato di fronte a te, seduto a quel tavolo, continuava a pensare lui. Mi domandavo come fossi arrivata fino a lì. Mi chiedevo dove abitassi. Pensavo ai movimenti delle tue mani mentre ti pettinavi. Eri impeccabile in quei jeans, camicetta bianca e giacca bordeaux in pelle. Capelli curati appoggiati alle spalle, li spostavi di tanto in tanto per mordere il toast. Ho bevuto un interminabile cappuccino, fantasticando su noi due.

Eri fermo al semaforo, gli chiese. Ah, ho capito, mi hai vista parlare con quel tipo seduto sul muretto, quello con le stampelle e non ti sei avvicinato. Ti ho vista ma non ho potuto fermarmi, scusami. E poi lui è entrato nel bar e mentre pensavo a noi, si è seduto d’innanzi a te e avete parlato, pensava. Ti guardavo dritta negli occhi dallo specchio sul muro di fronte a te. Ti guardavo e non provavo vergogna nel fissarti così a lungo. Mi guardavi e non eri intimidita. Ti muovevi con cautela, masticavi lentamente. Lui ti parlava guardando fuori, parlava delle sue gambe e tu gli sorridevi senza sapere nulla del suo sguardo. Ed io non sapevo nulla del tuo.

Allora, mi vuoi dire altro o te ne starai zitto per tutta la serata, chiese lei. Lascia che ti legga il menu, rispose lui. Non ci posso credere, sta facendo il geloso, pensava lei. La cosa mi lusinga. E le scappò un sorriso, che lui notò. Non farti illusioni. Scelsero cosa ordinare. Ti ho guardata terminare il toast. Hai bevuto e ti sei passata il tovagliolo sulle labbra. Ho continuato a fissarti nel riflesso dello specchio. Hai chiesto il conto, hai pagato al tavolo, ti sei alzata, hai preso il tuo bastone bianco e sei uscita. Ed ora che sei qui davanti a me non so che dirti, continuò a pensare.

Questo silenzio mi sta infastidendo. Non so se mi sta guardando o se è ancora chino sul menu. Non posso starmene zitta, pensò.

Rosario irruppe nel loro silenzio. Rosario non è il suo nome, lo hanno soprannominato così perché di sera vende le rose nei ristoranti. Per abitudine si finisce sempre col dire di no a Rosario ma è un’abitudine che a volte costa cara, molto più di un paio di rose. Fu lei a dover rimediare, dicendo che avrebbe preferito il rosso di un quartino e facendo seguire la battuta da una risata coraggiosa. Che cretino, perché ho detto di no, si chiedeva lui. Potremmo accompagnare il quartino con una rosa, se me lo permetti, azzardò lui.

Si chiedeva se il fatto che lei non lo vedesse lo avrebbe messo più a disagio di quanto avesse pensato. Ci teneva a farla sentire bene in sua presenza, ma non sapeva proprio come fare, dal momento che se lei non poteva vedere i suoi gesti, non li avrebbe neanche potuti interpretare secondo quelle che erano le intenzioni con le quali lui li compiva. Si sentiva un po’ come un mimo davanti a un pubblico di ciechi. Oddio, ma cosa sto farneticando, si rimproverava. Lei, intanto, ad ogni forchettata che portava alla bocca, pensava alla lentezza obbligata del suo gesto e a come l’avrebbe fatta apparire agli occhi di lui. Passava spesso il tovagliolo sulle labbra e tutt’intorno ad esse. Non hai nulla, tranquilla, avrebbe voluto dirle. Comprese che l’unico gesto che l’avrebbe messa a suo agio sarebbe stato proprio passarle il tovagliolo sulle labbra, fingendo di toglierle una punta di salsa o una briciola di pane. In cuor suo era convinto che tale gesto avrebbe suscitato in lei una piccola dose di arrendevolezza che gli avrebbe permesso di varcare un’importante soglia di intimità fisica. Entrambi avrebbero instaurato un rapporto di reciproca fiducia. Con tale intento, in un movimento tremate per la forte emozione, le chiese il permesso di passarle il tovagliolo sul lato destro della bocca. Lei, imbarazzata, sollevò rapidamente il braccio e con un colpo di gomito rovesciò il quartino di vino, seguito dal fragore dei calici che si infrangevano a terra.

 

Uscirne vivi – Alice Munro

11/11/2015

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La foto non mostrava ciò che lui avrebbe voluto, né lei sarebbe stata in grado di immaginarlo. Tuttavia, Jane, continuava a muoverci sopra lo sguardo, analizzandola freneticamente, come se tra le pieghe di quel lago vi fossero, nascoste, per ora, le parole che le avrebbero spiegato il senso di ciò che stava guardando.
Chi era quella donna di spalle, in piedi, da sola a guardare quel fondolago così stretto da farci schiantare l’immaginazione? Ma forse non lo stava osservando affatto, quell’orizzonte. Certo che no, aveva i piedi in ammollo: guardava senza vedere nulla, in realtà, assorta in chissà quale pensiero. Sembrava una fredda giornata autunnale o almeno così, la foto, voleva farle credere. La nebbia, a fondolago. La donna però portava un vestito blu estivo. No, di mezza stagione, in effetti, le maniche arrotolate lungo le braccia. E l’acqua, l’acqua non doveva essere neppure tiepida perché le gambe, anzi, i polpacci, scoperti, sembravano intirizziti. La schiena era rigida e dritta e un braccio leggermente scostato dal fianco. Eh già, non era affatto rilassata. I piedi sui sassolini neri della riva appena immersa nelle minuscole onde. Ma certo, quella mano ti ha tradita, mia cara! A cosa pensava, allora, se non aveva intenzione di proseguire verso il fondo di quel grigiume? Non c’è nulla attorno, solo i monti. Che ora sarà stata? Le tre del pomeriggio? Le quattro? Il cielo era nuvoloso? Troppo chiaro e sfuocato per dirlo ma le ombre sul vestito potevano farlo presupporre.
Jane ricorda di averlo chiamato, un giorno di novembre. Lui le aveva detto che era in giro a far foto. Lei aveva sentito un grido smorzato. Non le aveva detto dove. Forse era la donna che entrava nell’acqua gelida o i suoi piedi nudi sui sassi. Non aveva insistito, lo scoprirò dalle foto, si era detta.
Probabilmente, se Jane l’avesse vista in viso, se nella foto quella donna stesse sorridendo, beh, allora sì che si sarebbe infuriata. Ma quella se ne stava lì, nella foto come nei pensieri di Jane, immobile, anonima, innocente fino a prova contraria.
Forse lui l’aveva vista da lontano e aveva pensato di fotografarla perché gli piaceva la scena e non perché la conoscesse. Ma lei cosa ci faceva con l’acqua appena sotto le caviglie? Ecco! Ti sei tradito, pensò Jane. Lei ti ha obbedito. Le hai chiesto tu di entrare, si diceva tra sé e sé, mentre gli occhi le si erano spalancati e tornavano a brillare.

Dimmi se…

03/07/2015

Dimmi se c’è qualcuno nella tua vita perché un sorriso così non può restare solo.

27/05/2015

SAUDADE
VAZIO
SOLIDÃO
LEMBRANÇAS

Uno sguardo

26/04/2015

Sono fermo al semaforo, in attesa di poter attraversare la strada. Lei, sul lato opposto, si dirige verso un bar. Prima di entrare pare che urti le stampelle di un vecchio seduto fuori dal locale. Forse si scusa ed entra nel bar. Attraverso e la seguo. Lei è seduta a un tavolo alla vetrata che dà sulla strada. Conosce i proprietari e dal tavolo ordina un tramezzino. ‘Scusa ma ho solo dei panini, i tramezzini sono ancora in freezer’, le dice la proprietaria. In realtà non ha alcuna voglia di soddisfare la richiesta della ragazza. Fa una smorfia come a cercare la complicità dei clienti al banco su quanto fosse strana quella richiesta alle nove del mattino. La ragazza, sorridente, dice che non importa e accetta un panino, ‘di bresaola e brie, per favore’. La proprietaria ripete a bassa voce, in tono interrogativo, ‘bresaola e brie’ e si lancia in una nuova espressione di falso stupimento che vorrebbe nuovamente l’appoggio di chi la guarda.
Le prepara il panino e glielo porta al tavolo; poi si allontana e tornata al bancone. Si accorge di averglielo lasciato troppo lontano e si scusa.
Lei lo morde delicatamente e si passa le dita sulla bocca. Guarda nello specchio di fronte a lei, lo stesso dal quale io la osservo. Muove rapidamente gli occhi. Occhi bellissimi, azzurri, vivi. Continua a mordere il panino e a guardare nello specchio. Per fortuna il barista non ha ancora preparato il mio cappuccino e posso continuare a scrutarla. I suoi occhi mi guardano. Io la fisso ma i suoi occhi non si fermano. La sto fissando ma sono solo. Poi entra il vecchio con le stampelle. Si regge su entrambe e si trascina fino alla sedia allo stesso tavolo della ragazza, di fronte a lei. Si siede. Parlano. Lei continua a mangiare. Si conoscono, ovviamente. Lui le chiede qualcosa. Lei risponde e poi sento che chiede, ‘e tu, invece?’.
Io continuo a guardarla dallo specchio. I suoi gesti mi affascinano. Parla, morde il panino, passa le mani sulla bocca. Ha delle dita bellissime. I capelli curati, lunghi, biondi. È seduta con la schiena dritta, scostata dallo schienale della sedia. Jeans e scarpe con mezzo tacco. Mi guarda dallo specchio ma è intenta a parlare. I suoi occhi sono irrequieti. Le sue dita scorrono tra i capelli e di nuovo sulle labbra. Sorride. È nervosa ma sorride. Tenta di mantenere una postura composta ma è agitata. Si sforza a ostentare sicurezza. Sorride e quel sorriso sembra voglia dire ‘lo so che mi stai osservando’. Eppure io sono così calmo e la guardo intristito. Forse è proprio la mia tristezza che la innervosisce. Non sono le parole del vecchio, anche se lei gli dedica tutta la sua attenzione.
Bevo il mio cappuccino.
È ora di uscire.
Avrei voluto che si fosse seduta a un tavolo vuoto, invece a quel tavolo c’era già la maglia e il cappello del vecchio.
Avrei voluto parlarle ed essere ascoltato come lei faceva con lui, uniti da qualcosa che io non avevo, qualcosa che li rendeva simili ed io così diverso. Avrei voluto sapere il suo nome. Avrei voluto lasciarle il mio.
Ma dovetti uscire.
Entrai in quel bar solo per osservarla. Sentivo il cuore farmi male e avrei voluto aiutarla, ancora prima che entrasse e ancora prima, dal primo momento che la vidi, al semaforo, sull’altro lato della strada, mentre cercava la voce del vecchio, a ogni tocco del suo bastone bianco sui bordi del marciapiede.

The events

15/03/2015

Gli eventi ci spingono a comportarci diversamente da come vorremmo. Il risultato non è sempre dolce e spesso l’amaro più forte resta per noi.

Così sia?

24/11/2013

Che vergogna dovrei provare nel ribadire la mia solitudine?
Mi dovrebbe sminuire lamentare la mancanza di un po’ di affetto?
Non posso rivelare la necessità di una carezza, di un bacio, senza che la mia voce tremante mi tradisca e venga bandito per immaturità?
Dovrei continuare a pensare di non essere un uomo in grado di superare le mie carenze se sogno di essere ascoltato col cuore e consolato dalla tenerezza di una mano tra i miei capelli?
Perché non posso permettermi di lamentarmi e di essere consolato?
Dovrei continuare ad illudermi che si tratti solo di tempo?
Dovrei credere che sia destino?
Smettere di volere per iniziare ad accontentarmi e mettere a tacere anche i miei sogni?
Devo rinunciare anche alla libertà di un pensiero? Dovrei vergognarmi anche di quello?